La chance di Enzo Napoli

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14 luglio 2015 di Massimiliano Amato

Una trentina d’anni fa l’attuale sindaco, Enzo Napoli, era segretario cittadino di un partito, il Psi, che proprio in quel periodo trovò slancio progettuale e forza elettorale necessari per spaccare in due la storia di Salerno. Fin dall’immediato dopoguerra, infatti, la Dc aveva rappresentato il perno principale della vita politica e amministrativa cittadina. Alleandosi ora con la destra, ora con la sinistra riformista, essa aveva sempre conservato una funzione baricentrica, nonostante fosse profondamente divisa al proprio interno in correnti, conventicole e clan perennemente in guerra tra loro per il potere. Ne era sortito un vero e proprio regime, che fu coraggiosamente archiviato grazie soprattutto, se non prevalentemente, allo straordinario dinamismo dei socialisti. E’ fuor di dubbio che quel protagonismo fu frutto di una “trasformazione” profonda del Psi, che per i primi quarant’anni di storia repubblicana era stata, in città, una forza sostanzialmente anchilosata, ingessata in un rigido sistema di alleanze. Subalterna alla Dc sul piano dei numeri e al Pci su quello organizzativo. Forte tuttavia di una tradizione di lotte politiche, sociali e sindacali che aveva resistito anche ai divieti e alle persecuzioni fasciste, mai il socialismo salernitano si era trovato in una condizione di minorità culturale. Perché uscisse dall’angolo anche politicamente si rese necessaria però una svolta generazionale, cui si accompagnò il grande processo di innovazione culturale che cominciò ad investire il partito, in tutte le sue articolazioni, dalla Conferenza Programmatica di Rimini del 1982 in poi. Le due dinamiche, strettamente intrecciate tra loro, trovarono un interessante laboratorio e un fertile campo di crescita e applicazione a Salerno. Il Psi divenne velocemente un interlocutore affidabile per strati sempre più vasti dell’opinione pubblica cittadina. In termini elettorali il balzo in avanti fu enorme: nel giro di pochissimi anni i socialisti salernitani riuscirono a ribaltare rapporti di forza (con la Dc e il Pci) che sembravano immutabili.  Ma l’accesso alla “stanza dei bottoni”(per usare un’espressione cara a Pietro Nenni), prim’ancora che per effetto di risultati elettorali mai conseguiti prima, avvenne sull’onda di una grande battaglia delle idee sull’identità e il futuro della città che i socialisti salernitani seppero imporre alle altre forze politiche. Vincendola. Come? Innanzitutto mettendo a nudo l’assoluta inconsistenza politico-programmatica della Dc, delle sue rissose correnti interne e dei suoi alleati minori, e poi conquistando un’indiscussa egemonia culturale nel campo della sinistra. Tutto ciò non sarebbe stato possibile se al vecchio notabilato che aveva preso in mano il partito subito dopo la Liberazione non si fosse sostituito un nuovo gruppo dirigente, proveniente anche dalle formazioni della sinistra extraparlamentare. A questa generazione il Psi, meno rigido, verticistico e schematico del Pci, dovette apparire come il luogo ideale in cui sviluppare un’elaborazione feconda. In grado di produrre la scossa creativa di cui la sonnacchiosa città con un’anima clerico – fascista aveva bisogno. “Salerno progetta Salerno” e “La Città Possibile” furono i momenti più alti e qualificanti. Le coordinate della “trasformazione urbana” di cui tanto si parla (spessissimo a sproposito) furono fissate allora. Nel corso, cioè, di una riflessione che coinvolse un numero elevatissimo di soggetti:  il mondo delle professioni, quello dell’impresa, le rappresentanze sociali, l’università, il mondo della cultura, quello dello spettacolo. Un grande “cantiere delle idee” democratico, partecipato, orizzontale, dal quale uscì il disegno della nuova città. Che i socialisti s’impegnarono insieme ai loro alleati a tradurre in pratica con l’insediamento delle giunte laiche e di sinistra, guidate per un brevissimo periodo dal repubblicano Ennio D’Aniello e poi dall’indimenticato Vincenzo Giordano. Mai, nella storia di Salerno, si era vista una cosa simile. E mai più, successivamente, si sarebbe vista. Di quella irripetibile stagione di effervescenza progettuale – naturalmente non priva di limiti ed errori politici che, in qualche modo, spianarono la strada alla successiva deriva personalistica e autoritaria – l’attuale primo cittadino fu un indiscusso protagonista. Contribuì (con tantissimi altri) a costruirne i contenuti ma soprattutto il metodo, messo brutalmente da parte dall’affermazione – dopo che i socialisti furono politicamente giustiziati da una parodistica versione locale di Mani Pulite – di un sistema di potere chiuso, esclusivo ed escludente. Basato su vincoli di fedeltà di natura feudale e sulla logica ferrea e indistruttibile dell’uomo solo al comando. Una roba in continua evoluzione, oggi a metà strada tra certe ottuse satrapie orientali tardo comuniste e modelli ancestrali di arretratissime società meridionali. Perché il nuovo (si fa per dire) paradigma di quel sistema di potere, a quanto riferiscono le cronache, è il familismo amorale, rintracciato (e teorizzato) proprio in Lucania a metà del secolo scorso. Del tentativo di ridurre definitivamente Salerno a feudo dinastico di Ruvo del Monte, l’architetto Napoli rappresenta la fase terminale della transizione. E’ a un bivio. Può rimanere un anonimo re travicello, aspettando solo di passare il testimone, per poi scomparire. O scartare di lato, riavvolgere il nastro e far ripartire la storia democratica di Salerno laddove essa si è interrotta, tanti anni fa. Ha una chance per le mani, Napoli. Ma tutto lascia prevedere che la sprecherà.

MASSIMILIANO AMATO

enzo napoli

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