La monarchia assoluta

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7 luglio 2015 di Massimiliano Amato

Un capolavoro. Solo un maestro nell’arte della dissimulazione, come il segretario – premier, poteva definire così la nuova giunta regionale, che piuttosto certifica in maniera incontrovertibile il definitivo affrancamento del “modello Campania” dal renzismo. Non solo e non tanto per la qualità (comunque eccellente) dei nuovi assessori (?) e consulenti, quanto per la loro provenienza politica e culturale, lontana (meno male) milioni di anni luce dal “cerchio magico” raccolto intorno alla leadership del Nazareno. Renzi, si sa, è un simpatico mattacchione dotato (beato lui) di uno stomaco disumano, in grado di digerire anche le pietre. Un attore consumato. Uno che si fa piacere di tutto, e che su tutto è pronto a mettere il cappello. Due giorni prima del referendum greco, è volato a Berlino a genuflettersi al cospetto di frau Merkel,  e domenica notte, mentre in piazza Sintagma si festeggiava la vittoria di Tsipras, ha rivelato di aver scommesso con il fido Lotti sulla vittoria del No 70 a 30. Al confronto, il piacionissimo Berlusconi era un dilettante. Il premier e le sue uscite estemporanee da Commedia dell’Arte, tuttavia, stanno (e staranno sempre più) alla vicenda campana come l’aglio alla tavola del conte Dracula. Nel senso che era già assodato che, con l’insediamento del nuovo governatore, egli non avrebbe più toccato palla. Come gli accade in questi giorni in Europa, d’altronde. E questo, per amor di paradosso, potrebbe perfino essere considerato un bene per la Campania, la quale ha un disperato bisogno di essere governata. E lo sarà, non c’è dubbio. Ma non da una giunta regionale classicamente intesa. Nemmeno da un esecutivo tecnico. Bensì – sempre con il dovuto rispetto per chi è stato coinvolto nell’esperienza – da una monarchia assoluta. In cui il livello della responsabilità politica è sublimato in una versione dispotica del governare che cumula tutta la gestione nella figura apicale dell’amministrazione. Dopo la disinvolta interpretazione (sperimentata a Salerno negli ultimi vent’anni) dei poteri derivanti dall’investitura elettorale diretta del primo cittadino (con la riduzione del consiglio comunale a inutile ammennicolo e la cancellazione brutale di ogni spazio di confronto e democrazia sulle scelte amministrative), il “modello” si sposta su scala regionale. Facendo leva su una legittimazione che gli viene da una legge elettorale assai simile a quella comunale, il neogovernatore fissa un punto di rottura radicale rispetto alla storia, recente e passata, dell’istituzione. Soprattutto, imprime una torsione inedita alla cultura di governo del centrosinistra, per come si era manifestata nel corso dei due governi Bassolino. D’accordo: in essi il ruolo dei partiti era stato così debordante da rivelarsi, alla fine, deleterio. Ma proprio perché molto “partecipate”, quelle esperienze di governo avevano in sé i necessari anticorpi in grado di stoppare eventuali derive autoritarie e personalistiche nella gestione del potere regionale. La costruzione del gabinetto che sta per insediarsi appare concepita secondo la filosofia diametralmente opposta, e solo chi non conosce la storia politica e personale del neo governatore può meravigliarsene. Le deleghe che egli ha tenuto per sé costituiscono un cumulo abnorme, e per di più sono riferite a settori strategici, sui quali è concentrato quasi il 100% della spesa regionale: l’Agricoltura e il Turismo, ma soprattutto i Trasporti e la Sanità  (dalla quale viene provvidenzialmente tenuto a debita distanza il famelico alleato di Nusco). Se a questi quattro settori si aggiunge l’Ambiente, assegnato al fidatissimo vice, e all’interno del quale si giocherà la miliardaria partita delle bonifiche, si ha il senso esatto di una scientifica quadratura del cerchio. Studiata. Voluta. Nient’affatto casuale. L’operazione, qualcosa a metà strada tra il dispotismo decisionale, appunto, e una sorta di commissariamento straordinario dell’ente, si presta ad un duplice ordine di valutazioni. La prima: la concentrazione di funzioni così rilevanti e “sensibili” in un’unica figura rende meno opachi e frammentati i corrispondenti profili di responsabilità. La seconda, più malevola: controllare in via praticamente esclusiva e personale quasi tutti i centri di spesa regionale significa avere a disposizione una leva efficacissima di costruzione del consenso. Un’arma “di distruzione di massa” di cui nessun altro governatore della Campania ha mai potuto servirsi. Ma questo non raccontatelo al giocondo segretario-premier, tutto preso dai suoi giovanili entusiasmi.

MASSIMILIANO AMATO

regione

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