Nostra Signora della Provvidenza

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24 giugno 2015 di Massimiliano Amato

Era abbondantemente prevedibile, e qualcuno l’aveva anche abbastanza facilmente previsto. Nostra Signora della Provvidenza ci ha fatto sapere che, avendo a lungo giocato con il fuoco e continuando a farlo, ci stiamo ustionando. Le fiamme già lambiscono i polpastrelli, e in breve potrebbero attaccare tutto il resto. Nostra Signora della Provvidenza non è, come potrebbe far pensare il nome (absit iniuria verbis), l’espressione di un nuovo culto mariano. Ma molto più laicamente la signora Corina Cretu, commissaria europea per gli Affari regionali (nella foto) che, essendo addetta ai fondi strutturali che Bruxelles distribuisce ai Paesi compresi nel cosiddetto “Obiettivo 1” ed essendo diventati quei fondi, per noi campani, la cannula che ancora ci trasmette quel poco di ossigeno indispensabile a non farci tirare le cuoia, può a giusta ragione essere accostata al mistero cristiano di cui si hanno le prime notizie nel libro della Sapienza. Fuori dalla metafora biblica: la bionda signora, rumena di Bucarest, ha formalmente “messo in mora” la Campania sulla nuova programmazione. Sottolineando come la paralisi decisionale che ha colpito Palazzo Santa Lucia stia mettendo ad altissimo rischio quasi tutte le risorse finanziarie che l’Ue ci ha assegnato per il periodo 2014-2020. Qualcosa come 6 miliardi di euro: si comprende meglio, adesso, il riferimento alla Provvidenza? La signora Cretu conosce molto bene il bon ton continentale e ha usato espressioni edulcorate, intinte nel linguaggio diplomatico dei palazzi dell’Unione. In risposta ad un’interrogazione di una eurodeputata grillina, ha parlato di “esito elettorale un po’ incerto” che minaccerebbe il Por. Evitando di spingersi oltre. Ma il senso della sua affermazione è abbastanza chiaro: in Campania avete combinato un bel casino, e adesso rischiate seriamente di pagarne le conseguenze. L’Europa non è disposta ad aspettare, se non si vuole dire addio alla ricchissima dotazione, entro la fine di luglio bisognerà presentare i progetti. Pura utopia, visto come si sono messe le cose. Va da sé che una grossa fetta di responsabilità della paventata debacle va ascritta al governo regionale uscito sconfitto dalle urne. Tuttavia come non notare la singolare (ma non sorprendente) continuità in culpa stabilitasi tra uscenti e subentranti? Come non mettere in relazione l’allarme della commissaria europea con la circostanza che, da sei giorni, la Regione Campania rappresenta un buco nero, l’unico, nella mappa del potere istituzionale italiano? Distratti da una battaglia tra legulei dall’esito imprevedibile, ci sta scivolando addosso una vicenda di una gravità senza precedenti: dal momento in cui Stefano Caldoro, prendendo atto della proclamazione di un nuovo governatore, ha (correttamente) deciso di togliere le tende, a Palazzo Santa Lucia manca perfino un “legale rappresentante”. Non è necessario essere insigni giureconsulti per accorgersi che ciò che sta avvenendo si colloca al di fuori del dettato della Carta, che individua nelle Regioni (articoli 114 e seguenti, anche alla luce della riforma del Titolo V) “parti essenziali” dello Stato “comunità”. A questa “rete” istituzionale da una settimana manca una maglia. Il peso di un’interdizione acclarata, integralmente in capo ad un soggetto singolo, è stato scaricato sull’istituzione, in spregio al dato costituzionale in base al quale l’esigenza oggettiva della funzione pubblica sempre prevale su quella soggettiva del suo titolare pro tempore. L’identificazione in atto in questi giorni tra il destino personale del neoeletto presidente (che rifiuta di insediarsi per sfuggire ad un provvedimento previsto da una legge dello Stato, cui egli è sottoposto come ogni altro cittadino italiano) e quello dell’istituzione rappresenta un unicum nella storia repubblicana. Figurarsi in Europa, luogo in cui l’indegna melina di cui è protagonista il proclamato (ma non insediato e non insediabile) governatore sarebbe stata ritenuta immediatamente inammissibile, e forse anche già risolta per le vie brevi. Perché il punto che maggiormente colpisce è questo. Il silenzio, s’immagina imbarazzato, delle massime cariche dello Stato. In testa il Presidente della Repubblica, ossia il supremo garante del rispetto della Carta e del corretto funzionamento delle istituzioni, e, a seguire, il premier. La loro inazione di fronte ad un reiterato sfregio alla Costituzione e a circa sei milioni di cittadini, quasi uno Stato, che hanno il diritto di essere governati, e ce l’avevano da subito: fin dal momento, cioè, in cui la Corte d’Appello di Napoli ha validato l’esito del voto del 31 maggio. Il black out istituzionale che ne è seguito non rimarrà senza conseguenze. Nel senso che non basterà a sanarlo l’insediamento degli organi, quando (e se) avverrà. L’interruzione c’è stata, e la Regione Campania verrà a trovarsi nella medesima situazione di un paziente tornato in vita dopo un breve arresto cardiaco. Tra i possibili scompensi, anche l’aggravamento (o addirittura la precipitazione) della situazione denunciata dalla commissaria Cretu. Nostra Signora della Provvidenza, appunto. Espressione di un contesto, l’Europa, dove giustamente trasecolano osservando le vicende grottesche in cui siamo capaci di cacciarci da soli. E dal quale ci allontaniamo ogni giorno di più.

MASSIMILIANO AMATO

corina_cretu2

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