Più Pil per tutti

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27 maggio 2015 di Massimiliano Amato

Il Pil a valore Italia si è attestato, a fine 2014, su 1.542 miliardi di euro. Un punto percentuale vale, quindi, 15 miliardi e 420 milioni di euro. Il Pil campano concorre per il 6% alla formazione di quello nazionale, ed è di 92 miliardi e 520 milioni. Perché la Campania possa produrre, da sola, un punto percentuale (assoluto) di Pil nazionale (che, per effetto di questo super miracolo, dal previsto +0,7% per il 2015 passerebbe ad un prodigioso +1,7% e dallo stimato +1,1% per il 2016 a un +2,1%) è necessario che il Pil regionale salga da 92 miliardi e 520 milioni a 107 miliardi e 940 milioni di euro, con un incremento, mostruoso, del 16%. Solo per avere un termine di paragone, in tutto il Centro Sud, tra il 1860 e il 2010, un secolo e mezzo, il Pil pro capite (perché è di questo valore che parliamo) è cresciuto di circa 9 punti percentuali. La stima buttata lì da Renzi, novello Barone di Munchausen, nel corso dell’abborracciatissima televendita salernitana di qualche giorno fa (nella foto) è, in tutta evidenza, una cosa tra l’irreale e il surreale, completamente irrealizzabile, praticamente fantascientifica. Un’iperbole? Nemmeno. Una panzana. Una sesquipedale balla. Si fosse trovato a passare Padoan, probabilmente si sarebbe dimesso seduta stante. Eppure, dal giorno del Mediterranea, è diventato questo il plot della campagna elettorale dell’ineleggibile candidato del cosiddetto centro-sinistra. Che proprio non riesce ad uscire dall’angolo in cui l’hanno cacciato la sua (apparentemente irrisolvibile) situazione di fronte alla legge Severino e la vicenda degli “impresentabili”. Domenica, finalmente, questo assurdo carosello cesserà. Qualunque sarà l’esito, ai campani rimarrà in bocca l’amaro retrogusto di un’altra occasione mancata. Era molto, infatti, chiedere a questa campagna per le Regionali di innescare un grande dibattito sulla necessità di un novello protagonismo campano e meridionale nell’Europa delle regioni che si va faticosamente costruendo? Invece essa è stata un festival di promesse, minacce, insulti. Diventando talvolta un inguardabile rodeo per cafoni che è riuscito tuttavia a rappresentare bene il compendio di ciò che è stata ed è la Seconda Repubblica, ormai morente. E’ difficile, allo stato, fare previsioni sul risultato: le dichiarazioni improntate alla cautela del segretario – premier dopo la visita a Salerno (“anche un 4-3 sarebbe un buon risultato”, in riferimento alle 7 regioni al voto) fanno pensare a un testa a testa fino all’ultima (o penultima) scheda. Ma, al di là di quelli che saranno i numeri finali, si è già fatta strada, nelle grigie settimane che hanno preceduto il voto, la consapevolezza che queste elezioni siano destinate a rappresentare il compimento, una sorta di capolinea, del ciclo politico dei due maggiori contendenti. Che escono, ciascuno per la propria parte, a pezzi. Né il candidato del cosiddetto centro-destra, né quello del cosiddetto centro-sinistra, hanno avuto la capacità o il coraggio di spingere lo sguardo oltre il contingente. Più che “aggredire” le elezioni con “pensieri lunghi”, hanno cercato disperatamente di difendersene. O, almeno, hanno dato questa impressione. Il primo ha noiosamente snocciolato, col tono monocorde e da sbadiglio del burocrate, dati, cifre e numeri che alla stragrande maggioranza dei campani non dicono assolutamente niente.  Per vivacizzare la sua campagna elettorale, si è reso necessario un intervento di Berlusconi. Un trapassato, almeno dal punto di vista politico. Il secondo, ringhiando, urlando e strapazzando chiunque abbia cercato anche solo minimamente di interloquire con lui su qualsiasi argomento, ha rimesso sul fuoco la minestra di cinque anni fa. Convinto che potesse bastare un piatto precotto preparato con ingredienti vecchi e scaduti. Gli stessi che in 150 anni di storia unitaria hanno condannato la Campania e l’intero Mezzogiorno alla subalternità economica, civile e culturale alle aree più sviluppate del Paese: la leva della spesa pubblica, l’intervento straordinario, la mirabolante promessa di posti di lavoro come se piovesse. Con ciò, puntando a rassicurare solamente il blocco sociale, di potere e di interessi che ha devastato e sta devastando la Campania nell’attuale fase declinante del regionalismo. Da quando, cioè, all’originaria vocazione programmatoria dell’ente si è progressivamente sostituita la funzione di bancomat per gruppi sociali ben individuati. Quello che angoscia, del mediocre teatrino elettorale campano, è l’alterata percezione del reale dimostrata dalle due espressioni tipiche del redivivo notabilato meridionale che domenica si disputeranno la vittoria. Non una parola si è sentita, ad esempio, sull’inarrestabile spopolamento di vaste aree della regione, lanciate in una folle corsa verso la desertificazione. Un dato certificato da tutti gli istituti di ricerca, Svimez in testa, che costituisce la peggiore delle ipoteche gravanti sul futuro della Campania. La campagna elettorale è stata la fiera del banale, ben presto scaduta per colpa dei maggiori protagonisti nel parossismo parolaio e vacuo di astratti vaneggiamenti senza possibilità di contraddittorio, che ha finito col travolgere anche i candidati cosiddetti “minori”. Costretti loro malgrado a scendere di livello per tenere il passo. Solo in un contesto politico e comunicazionale così degradato poteva passare praticamente inosservata la battuta sul Pil, la quale segna anche per la Campania, e in maniera pressoché irreversibile, l’ingresso nell’era di Cetto La Qualunque. Più pilu, ma anche più Pil per tutti. E così sia.

MASSIMILIANO AMATO

Foto LaPresse - Marco Cantile 22/05/2015 Salerno, Italia Politica Manifestazione politica del Presidente del Consiglio Matteo Renzi in vista delle elezioni regionali in Campania. Presente il candidato alle regionali Vincenzo De Luca

Foto LaPresse – Marco Cantile
22/05/2015 Salerno, Italia
Politica
Manifestazione politica del Presidente del Consiglio Matteo Renzi in vista delle elezioni regionali in Campania. Presente il candidato alle regionali Vincenzo De Luca

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