Le occasioni del Pd

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20 maggio 2015 di Massimiliano Amato

Nel 2010 Stefano Caldoro diventò presidente della Regione praticamente senza fare campagna elettorale. A Santa Lucia ce lo portò, in carrozza, un incessante martellamento mediatico sugli errori del centro-sinistra, che aveva governato la Campania ininterrottamente per dieci anni. Certo, il candidato del centro-destra si giovò anche degli effetti sprigionati a livello nazionale dall’ultimo ciclo espansivo del berlusconismo, che di lì a qualche mese avrebbe imboccato la parabola discendente, travolto dagli scandali e dilaniato dalle diatribe interne. Ma, giusta o sbagliata che fosse, esagerata o meno rispetto alla realtà dei fatti, la narrazione a tinte fosche del declino della Campania che i grandi mezzi di comunicazione avevano organizzato nei mesi e negli anni precedenti (i rifiuti, la retorica gomorrista, la disoccupazione, la desertificazione industriale, culturale ed emotiva) ebbe un ruolo fondamentale in quella vittoria. Spedita appositamente da Milano, Alessandra Ghisleri, spin doctor di fiducia di Berlusconi, diede un solo consiglio a Caldoro. Quello di astenersi da qualsiasi iniziativa, perfino dall’affiggere i manifesti. Tanto a farlo vincere avrebbe provveduto il terremoto, più emotivo che razionale, provocato nella coscienza nazionale e regionale dallo storytelling dominante in quel periodo. Che dipingeva la Campania bassoliniana come la sentina in cui si erano dati convegno tutti i mali italiani. Nei cinque anni in cui ha governato Caldoro ha, nella migliore delle ipotesi e nella più benevola delle interpretazioni, lasciato esattamente le cose come stavano. La qualità della vita dei campani non è affatto migliorata, la disoccupazione, giovanile e totale, continua ad essere su livelli stratosferici, da primato europeo e, nonostante il grande lavoro di magistratura e forze dell’ordine, la morsa della criminalità e della corruzione non si è allentata. Anzi. Tutti da verificare i passi in avanti fatti nel settore della Sanità, dove sarà anche stato abbattuto il debito, ma all’opera di risanamento contabile, ragionieristica, non è corrisposto l’auspicato innalzamento qualitativo dei livelli di assistenza. Per non parlare del sistema dei trasporti, fiore all’occhiello delle precedenti gestioni, oggi tra i punti di massima criticità (eufemismo), e della gestione dei Fondi Ue. Eppure, è come se questi cinque anni fossero passati invano. Il dato più saliente delle elezioni campane, infatti, è che il cosiddetto centro-sinistra (o quel che resta di esso), pur accreditato di discrete possibilità di successo finale, è drammaticamente in affanno sul piano dell’immagine. E, nonostante l’effetto-Renzi e la retorica vincente del rinnovamento politico e generazionale, non riesce a invertire l’inerzia comunicazionale. E’ un complotto di giornali e televisioni? Una congiura dei poteri forti? Il prodotto di una qualche diavoleria della folta batteria di comunicatori e persuasori occulti di cui ancora dispone il signore di Arcore? Una nemesi malvagia? Niente di tutto ciò, naturalmente. Al calvario mediatico di questi giorni il Pd si è spontaneamente consegnato, per ragioni stranote che sarebbe perfettamente inutile riepilogare qui. Piuttosto, considerate le premesse (e le caratteristiche) della candidatura a cui è stato dato via libera, resta il mistero di come Guerini e soci abbiano potuto sperare che passassero inosservati, a livello di cosiddetto “ceto medio riflessivo” (la parte di società che consuma più informazione) i gravami che essa si portava dietro. Ignoranza? Ignavia? Sottovalutazione? Debolezza? Paura? Di tutto un po’. La somma di questi atteggiamenti ha innescato i paradossi intorno ai quali si sta avvitando la campagna elettorale. Il primo: piegato sotto il peso degli impresentabili e dei trasformismi che hanno in poche settimane ridisegnato la geografia politica campana, il cosiddetto centro-sinistra non ha più né la voce, né l’autorevolezza necessarie per raccontare agli elettori la storia dei cinque anni di (insufficiente) governo Caldoro. Anni caratterizzati da una lunghissima teoria di scandali (Cosentino, Papa, Milanese, Lavitola, Berlusconi, Cesaro, De Gregorio, Gambino, e chi più ne ha più ne metta) che hanno, di fatto, azzerato il centro-destra per via giudiziaria. Il secondo paradosso è più intrigante. La campagna di quest’anno corre il serio rischio di essere più difensiva di quella del 2010, quando pure le condizioni di contesto erano obiettivamente proibitive. Allora, il regolamento di conti interno e vecchie divaricazioni esistenti nel Pd misero il candidato del centro-sinistra nelle condizioni di marcare una netta differenza tra sé e la parte politica dalla quale proveniva e che si trovava a rappresentare. Ciò gli consentì di sviluppare una comunicazione elettorale aggressiva, d’attacco, che non risparmiò nemmeno il governo regionale uscente, del medesimo colore politico. Costretta com’è in un angolo a parare i colpi vibrati dall’informazione a tutti i livelli, e dai quattro avversari coalizzati (emblematici i primi 20 minuti del confronto su Sky), oggi la leadership del cosiddetto centro-sinistra si è ridotta a rifugiarsi nella battuta greve, nel lazzo volgare, nella macchietta. Tradendo una concezione primitiva (da Mesozoico, direbbe Crozza) della dialettica politica, un’insofferenza profonda per le critiche, una preoccupante disabitudine al confronto democratico. La situazione che si è venuta a creare ha tutto l’aspetto di quella, classica, del cane che si morde la coda. Più si intensificano gli attacchi su impresentabili e rischio di sospensione post elezione, più le caratteristiche negative si radicalizzano, attirando altre critiche. In una giostra  impazzita che fa di questa la più brutta, insulsa, violenta campagna elettorale dal Dopoguerra. Con il Pd, il soggetto politico che più ci sta rimettendo, costretto a mangiarsi le mani per la straordinaria occasione mancata di dare un diverso indirizzo politico, morale e programmatico alla sua iniziativa in Campania e nell’intero Mezzogiorno, che non fosse quello imposto da una vociante e scomposta espressione del più ammuffito notabilato meridionale. Che, probabilmente, vincerà anche le elezioni, ma solo per consunzione della parte avversa. E non certo per meriti propri.

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