I pretoriani del capo

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13 maggio 2015 di Massimiliano Amato

A meno di tre settimane dal voto regionale, anche Matteo Renzi ha pronunciato la parolina magica, un coming out lungamente rinviato: imbarazzo. Tuttavia il suo prolungato silenzio sulle liste che sostengono il candidato del cosiddetto centrosinistra, rotto solo ieri nel corso di una video chat con i lettori di Repubblica, era già più che eloquente. Lo sono, ovviamente, ancor di più gli inediti (ma non sorprendenti) apprezzamenti per il governatore uscente di centrodestra ma, soprattutto, il programma del suo tour elettorale, che ha toccato il Veneto, le Marche, la Toscana e perfino l’esplosiva Liguria, toccherà la Puglia, sicuramente l’Umbria, ma non la Campania. Dove il segretario verrà, ma solo in veste di premier: sabato prossimo per inaugurare, con de Magistris, la stazione Municipio della Metro 1 di Napoli. Anche in quel caso, probabilmente, ci si dovrà accontentare di qualche fugace, protocollare, abbraccio o stretta di mano con il candidato. A beneficio dei fotografi e della parte più immaginifica dell’informazione locale, che costruirà su quell’immagine un’altra dottrina della “legittimazione”, come già avvenuto in occasione dell’incontro nel parcheggio degli scavi di Pompei. In realtà, ai piani alti del Nazareno (e di Palazzo Chigi) la situazione campana è (giustamente) vista come un grande buco nero, ed è logico che venga vissuta con sentimenti di fastidio, se non addirittura di irritazione. Forte del successo in Trentino che Giulio Andreotti, uno che di potere qualcosa capiva e ancor più sapeva, considerava una delle due regioni “strategiche” (l’altra era la Sicilia) per controllare tutta la Penisola, il rottamatore ha concrete speranze di incassare un nuovo bonus elettorale il 31 maggio. Per prolungare la luna di miele con gli italiani iniziata alle Europee dell’anno scorso. Ma è come se desse già per scontato che di questo bonus non farà parte il risultato della Campania. Qualsiasi esso sarà. Non c’entrano niente i sondaggi, che in questo momento parlano di un testa a testa tra i due maggiori candidati alla presidenza. E nemmeno il prevedibile caos istituzionale che, innescato dall’inevitabile applicazione degli articoli 7 e 8 della legge Severino, scoppierà se il candidato del cosiddetto centrosinistra dovesse riuscire a forzare gli equilibri con uno scatto di reni negli ultimi venti giorni di campagna elettorale. E’abbastanza semplice intuire che le ambasce del capo del Pd e del suo cerchio magico negli ultimi giorni siano legate ad altre e più importanti e sostanziali questioni. Prima fra tutte, la fondata consapevolezza che piazzare la bandierina del partito sull’ipotetica mappa della vittoria potrebbe apparire come una forzatura di fatto. Questo perché in Campania il partito, con quello che è successo nelle ultime settimane, è definitivamente imploso. Non esiste più. Fin dal giorno successivo alla discutibilissima e frettolosa convalida del risultato delle primarie – consultazioni che, nonostante le ombre pesantissime che gravavano sulla loro regolarità, i vertici regionali e nazionali hanno voluto interpretare addirittura come un “lavacro purificatore”, capace perfino di annullare gli effetti della Severino (!) – il vincitore s’è dedicato alla sua demolizione scientifica. Tutto ciò, peraltro, era ampiamente prevedibile: solo chi non conosce il cosiddetto “modello Salerno” (e ciò costituisce la piccola, parziale, attenuante che va riconosciuta a Napoli  e Roma) poteva ignorare le conseguenze di quella “investitura” così affrettata. Sia la Tartaglione, Alice nel paese delle meraviglie, che Renzi, che i rispettivi gruppi dirigenti, sono andati a sbattere contro l’amarissima realtà quando hanno visto la composizione delle liste, con il loro carico di “impresentabili”. Ma ormai era troppo tardi. I ravvedimenti e gli appelli “postumi” a non votarli sono un capolavoro di doppiezza: nel mentre si cerca di correre ai ripari rispetto alla montante campagna mediatica, in realtà si spera che essi facciano fino in fondo il proprio dovere. Che è quello di sottrarre all’avversario di centrodestra i voti necessari e decisivi per la vittoria. Chi dovrebbe non votarli, infatti? L’elettorato “duro e puro” di sinistra o di centrosinistra non li ha di certo tra i propri riferimenti politici e ideali. La verità è che gli “impresentabili” – dai cosentiniani all’estrema destra omofoba e antisemita, passando per un nutrito gruppo di trasformisti riciclati, dallo “sputazzatore” di Palazzo Madama Tommaso Barbato a Franco Malvano – rappresentano la massa di manovra che il candidato del cosiddetto centrosinistra utilizzerà per svuotare politicamente il Pd, tentando di ridimensionarne il primato elettorale dentro la coalizione, e al tempo stesso rivoluzionando il codice genetico e l’antropologia del centrosinistra campano. Se in questa fase essi si limiteranno a svolgere questa funzione di “grimaldello”, nel dopo elezioni il loro ruolo è destinato addirittura a crescere. Andranno a formare, con i fedelissimi fatti eleggere a Salerno, i “corpi speciali”, le “falangi scelte”, i pretoriani del capo con cui giungerà a definitivo compimento il processo di autonomizzazione completa dal Pd e dal centrosinistra di un gruppo di potere tanto spietato quanto, da circa un ventennio, spregiudicato nella tattica e nelle strategie, che andava fermato quando ce n’erano ancora i presupposti e le possibilità. E contro il quale, ora come ora, sia l’espressione del semplice imbarazzo che le belle parole usate per il candidato del fronte opposto, quasi un endorsement, lasciano solo il tempo che trovano.

MASSIMILIANO AMATO

consiglio-regionale

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