Dai cannoli a Cambronne

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1 aprile 2015 di Massimiliano Amato

La reazione di stizzita alterigia che Massimo D’Alema ha avuto alla diffusione delle intercettazioni che lo riguardano nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte tangenti ischitane è, se possibile, perfino peggiore del quadro di strisciante, untuoso comparaggio che quegli atti giudiziari sembrano delineare. Nelle sue parole, e nel tono con cui sono state pronunciate, si distingue netta l’eco della violenza verbale, spesso sconfinante nel turpiloquio, cui ci ha abituati qualche suo epigono locale. D’altronde il discorso pubblico adottato dalla generazione di dirigenti che ha gestito la liquidazione di una delle più originali esperienze politiche dell’Occidente è quello. Un impasto di supposta superiorità morale, volgarissima spocchia, e aggressività oltre i tradizionali livelli di guardia, di cui a farne le spese sono spesso i giornalisti. Vecchia storia. E vecchio è anche il coinvolgimento in vicende di corruzione delle “mitiche” cooperative rosse, già negli anni Novanta al centro di indagini su pericolose liaison d’affari con la criminalità organizzata campana. D’Alema ha certamente ragione quando denuncia la barbarie delle intercettazioni “a strascico”: conversazioni contenenti elementi privi di qualsiasi rilevanza penale che non varrebbero nemmeno la fatica dello sbobinamento e della trascrizione, ma che i pm imperterriti continuano ad allegare alle richieste cautelari, e i gip (che avrebbero tutto il potere di non prenderle in considerazione) a recepire nella stesura dei provvedimenti. Leggendo i verbali è totalmente arbitrario, anzi da denuncia immediata, associare l’ex premier al giro di mazzette ipotizzato dalla Procura di Napoli sull’appalto per la metanizzazione del comune di Ischia. Ci mancherebbe. Ma pur valendo meno di zero nell’economia complessiva dell’indagine, le frasi “rubate” ai manager del Cpl pongono, si sarebbe detto una volta, un problema politico abbastanza serio. Dal quale non si esce certo con gli insulti, né con la pretenziosa (e anche un po’ patetica) rivendicazione della superiore qualità del vino prodotto in famiglia, e nemmeno con le minacce di querela. Insomma: nel “Paese normale” cui l’ex segretario del Pds aspirava qualche anno fa (a proposito: ci ha rinunciato?), l’acquisto compiacente di 500 copie di un libro che non risulta nell’elenco dei best seller, e di 2000 bottiglie del prezioso nettare prodotto in Umbria dalla signora Linda Giuva varrebbero, più o meno, il Rolex regalato dai coniugi Perotti al figlio di Maurizio Lupi il giorno della laurea. Moralismo a buon mercato? No: senso dell’opportunità politica e un pizzico, giusto un pizzico, di rispetto dell’etica pubblica. Merce rarissima di questi tempi, in cui perfino l’incolpevole Piero Gobetti viene improvvidamente tirato sulla scena (identica sorte era già toccata a Calvino) nella volgarissima rappresentazione da scalcagnato scantinato teatrale di quart’ordine  che scorre da qualche mese sotto gli occhi, sempre più disincantati ormai, dei cittadini campani. Scriveva, a proposito di moralismo, il papà dell’azionismo torinese: “Sempre bisogna che le nazioni trovino l’ora dell’esame di coscienza, che sappiano misurare la loro sensibilità morale a costo di aprire crisi dolorose e totali. Né ci si attribuisca preoccupazioni di astratti moralisti: in verità tutta la politica è possibile soltanto a patto che sappia trovare nei momenti solenni le sue origini di rigorismo e di rivoluzione morale”. Il rigorismo e la rivoluzione morale non sono solo l’antitesi più o meno esatta del comportamento pubblico di un condannato che dileggia tutti i giorni una legge dello Stato, sfidando le istituzioni chiamate ad applicarla. Sono, pur nella loro astrazione di modelli che rasentano l’assoluto, totalmente incompatibili anche con il clima da sperdutissimo strapaese, da Mezzogiorno baronale infinito, immarcescibile ed eterno, che aleggia intorno ai vassallatici omaggi delle coop rosse al potente compagno “che mette le mani nella merda”. Già. Dalla metafora leopoldina dei cannoli siciliani, così pertinente per il caso campano, a Cambronne. Dio non voglia che il senso dell’attuale fase della storia del Pd sia tutto qua.

MASSIMILIANO AMATO

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