1992

Lascia un commento

25 marzo 2015 di Massimiliano Amato

L’avvio su Sky della fiction “1992”, e la contemporanea comparsa in libreria di due volumi (uno del giornalista Antonio Carlucci, tra gli sceneggiatori della serie televisiva, l’altro dell’ex magistrato Gherardo Colombo), promettono di rilanciare il dibattito – all’interno del quale, si spera, possano finalmente trovare ospitalità riflessioni non convenzionali – su Mani Pulite. Lasciamo perdere la trasformazione di un anno, il 1992 appunto, in un brand commerciale (la pay tv di Murdoch ha allestito tutta una serie di “eventi collaterali” intorno a quel numero, per qualche giorno perfino un canale tematico) e concentriamoci sulla sostanza. La retorica storiografica dell’ultimo ventennio, come si sa, fa discendere la fine traumatica della Prima Repubblica da quell’insieme di inchieste giudiziarie sul rapporto “deviato” tra politica ed economia che portò all’emersione della Tangentopoli italiana. Una relazione perversa fin dagli anni Cinquanta, resa tale dalla particolare natura del nostro capitalismo privato così poco intriso, a parte pochissime, lodevoli eccezioni, di virtù repubblicane e per la massima parte completamente sordo al richiamo, contenuto nella stessa Carta costituzionale, alla responsabilità sociale connessa al ruolo. Ma allora perché solo nel 1992 la magistratura decide di scoperchiare il pentolone cominciando a perseguire condotte delle quali si sapeva (o s’intuiva) tutto (o per lo meno buona parte) da circa un quarantennio? Cos’era cambiato nel sentimento nazionale da giustificare quello straordinario protagonismo dei pubblici ministeri? In pratica niente. Molto era cambiato, però, negli apparati giudiziari, e nel rapporto che essi avevano avuto dagli albori della Repubblica con la rete di poteri (da quello politico a quello economico, a quello dei media) che, intrecciandosi, aveva costituito il tessuto della nostra democrazia. Mani Pulite fu solo parzialmente il risultato dei grandi sconvolgimenti internazionali che si erano registrati nel triennio precedente al ’92. Le inchieste, in realtà, nacquero innanzitutto dalla  nuova concezione del proprio ruolo che una generazione di magistrati era andata lentamente maturando negli anni precedenti. Tale diversa coscienza di sé traeva i rappresentanti dell’ordine giudiziario dalla dimensione  “castale” che per un lunghissimo periodo li aveva mischiati e confusi con gli altri poteri, in una sorta di ammucchiata incestuosa. I magistrati, insomma, si smarcavano dal cosiddetto “estabilishment” del Paese e lo mettevano sotto accusa. Questa conquista dell’autonomia da parte delle toghe non poteva non segnare un punto di passaggio fondamentale nella storia repubblicana. E, come quasi sempre avviene in tutti i punti di passaggio, la brutalità degli avvenimenti causò delle fratture culturali modificando sensibilmente la natura della nostra democrazia. Ad uscire profondamente trasfigurato dal biennio di Mani Pulite fu il rapporto tra legalità e giustizia. Con il culto della prima, quasi religioso e talvolta maniacale, che prese nettamente il sopravvento sulla seconda, alterando irreversibilmente uno degli equilibri intorno ai quali si era andato strutturando il patto fondativo della nuova Italia nata dall’antifascismo e dalla Guerra di liberazione. Una nuova Costituzione materiale si sovrappose a quella formale, e tra gli effetti del mutato rapporto di forza ci fu l’affermarsi di una indebita supplenza giudiziaria a cui il sistema della rappresentanza politica non seppe contrapporre nient’altro, e in chiave esclusivamente difensiva, che personalismi esasperati e leadership sempre più lontane dal compromesso democratico. La “rivoluzione di popolo”, etica ancor prima che politica, immaginata da girotondini, neo giacobini et similia era evaporata nell’incubo orrorifico della cultura dell’Uomo della Provvidenza. Ne è seguito uno scontro infinito tra due grandi anomalie: è la cronaca del ventennio berlusconiano, ma anche quella di questi giorni, in cui un premier che è anche segretario di partito è costretto a rivendicare il primato della politica per difendere i suoi uomini a vario titolo coinvolti in vicende giudiziarie. Peccato arrivi troppo tardi, 22 anni dopo: quando sia i magistrati che la politica hanno perso la guerra, e il cortocircuito della rappresentanza è diventato permanente. Con casi surreali come quello della Campania, dove 6 milioni di cittadini a 40 giorni dalle elezioni sono costretti ad interrogarsi sgomenti sul loro futuro. Sospesi tra il timore di un sequestro del voto da parte dei magistrati e la preoccupazione di doverlo usare contro di essi. L’ultimo cascame, tra i più beffardi, del terribile 1992.

MASSIMILIANO AMATO

mani pulite

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Start here

Archivi

Commenti recenti

Pietro Ciavarella su Chi sono
Giuseppe Cacciatore su Quando muore un filosofo
Giuseppe D'Antonio su IL PD E LA LOGICA SCRITERIATA…
Giuseppe Cacciatore su Il riformismo, la sinistra e i…
Massimiliano Amato su Il riformismo, la sinistra e i…
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: