Il gioco di specchi

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21 febbraio 2015 di Massimiliano Amato

A salvare le primarie in Campania, a metterle al sicuro dal prolungato tentativo di golpe alle vongole che va avanti da settimane, sarà un cavillo annidato tra le pieghe di norme statutarie e regolamentari. Le fibrillazioni di queste ore sembrano dunque destinate a lasciare il tempo che trovano: domenica primo marzo si voterà per scegliere il candidato del centrosinistra a presidente della Regione Campania. Ciò non toglie che, dal lunedì successivo, il lavorio oscuro per annullare il pronunciamento popolare riprenderà. E non è detto che, a urne chiuse, la casereccia e molto ruspante “Congiura dell’Asse mediano” che nelle ultime ore si è andata affannosamente intensificando tra le amene località di Brusciano, Villaricca e Pozzuoli (con una deviazione all’altezza della banlieue napoletana di Ponticelli), non trovi sbocco in una qualche delegittimazione ex post del vincitore. Ciò che sta avvenendo, e a maggior ragione ciò che potrebbe avvenire tra qualche settimana, stimola un’inedita riflessione sul renzismo, fenomeno intrinsecamente flessibile che in Campania si arricchisce di variabili inconsuete. Come l’innaturale alleanza con imbolsiti capibastone provenienti dalla parte meno nobile, anzi decisamente più opaca, della tradizione democristiana. Allargata alla partecipazione straordinaria di qualche ex comunista, e socialisti assortiti. Molti di essi (soprattutto gli ex della Balena bianca) autentici dinosauri sopravvissuti a tutte le glaciazioni e ai successivi disgeli, nonché miracolosamente sfuggiti alle ultime campagne di rottamazione. Il quadro, piaccia o meno, è questo, e appare tutt’altro che incoraggiante. Renzi farebbe bene a prendersi un breve break dagli impegni di governo per informarsi della condotta dei suoi debolissimi plenipotenziari locali. Spauriti, fragili, eterei. Costretti ad aggrapparsi a un modello decrepito, ma soprattutto ai suoi incartapecoriti interpreti, per costruire sul territorio una soggettività politica in tutto il resto del Paese strutturata intorno allo stravincente binomio modernità-innovazione. Da forza del cambiamento in grado di travolgere tutto e tutti, il renzismo può velocemente trasformarsi in Campania in sinonimo di conservazione. Un rischio concreto, reale, che sta solidificando intorno all’opzione, sciagurata e potenzialmente devastante per la tenuta del Pd e dell’intero centrosinistra, dell’annullamento delle consultazioni. Il formarsi di un variegato e pittoresco (ai limiti del folklorico) fronte anti primarie ha già prodotto un inopinato ribaltamento di ruoli e prospettive all’interno del partito. Il sindaco decaduto di Salerno e il suo competitor napoletano hanno avuto la possibilità, assolutamente insperata soprattutto per il primo azzoppato dalle numerose e note vicissitudini giudiziarie, di smarcarsi dall’immagine che era stata loro ritagliata addosso. L’istantanea, cioè, di espressioni di un mondo e di una storia, quelli del centrosinistra campano degli ultimi vent’anni, che secondo la vulgata nuovista e rottamatrice andavano superati una volta e per tutte. L’odierna situazione somiglia a un beffardo gioco di specchi; in realtà, dischiude agli occhi di chi la osserva dall’esterno una rinnovata, e forse più realistica, percezione dei processi politici che hanno investito il centro-sinistra campano, la sua cultura, il suo modo di stare in campo. Non è detto che le cose stiano veramente così, e cioè che il “vecchio” è più avanti e moderno del “nuovo”. Anzi può darsi che il riverbero accecante delle ultime vicende (le oscure trame di palazzo, le sordide manovre di corridoio per minare il campo delle primarie) sia fuorviante. Ma se non di illusione ottica si tratta, va forse presa in considerazione l’ipotesi che la cosiddetta “svolta buona”, per dirla con il famoso slogan renziano, almeno qui da noi non andasse cercata in un indefinito (e avventuroso) altrove. Era a portata di mano: di sicuro non nei leader e nemmeno nei signori delle tessere e delle preferenze, ma nel popolo del centrosinistra, che ormai ha assunto le primarie a valore fondante della propria militanza. Lo testimonia la straordinaria mobilitazione raccoltasi intorno ai candidati maggiori, che ha riammagliato la trama di mondi dispersi e resi distanti dal quinquennio delle grandi sconfitte elettorali. Renzi ha poco tempo, forse solo qualche ora, per evitare la dilapidazione di questo patrimonio faticosamente ricostruito. Dica una parola definitiva: il resto lo lasci all’entusiasmo, alla passione, alla voglia di riprendersi la speranza e il futuro, dei cittadini della Campania.

MASSIMILIANO AMATO

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