L’impossibile scissione

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17 dicembre 2014 di Massimiliano Amato

Esiste in natura qualcosa in grado di saldare: a) l’aspirazione a un (improbabile) ritorno all’Ulivo che Rosy Bindi continua piamente a coltivare; b) l’eventuale progetto di un Partito del lavoro, naturale sbocco della trasformazione della Fiom di Maurizio Landini in soggetto politico; c) il radicaleggiante movimentismo 2.0 di Pippo Civati; d) le aristocratiche nostalgie che Gianni Cuperlo sembra alimentare con asburgica albagia degna di un film di Luchino Visconti; e) quel micidiale mix tra imbarazzo e insofferenza della “ditta”, Bersani in testa, nonché della vecchia nomenclatura brutalmente rottamata? La risposta è ovvia: no. Non c’è niente. Né in natura, né in politica, che pure dovrebbe essere il regno (e l’arte) del possibile. E’ per questa ragione (o per la somma di tutti questi elementi) che il Pd non si scinderà. A meno che non voglia autoriprodursi, sotto altre spoglie, in qualcosa di assolutamente uguale all’originale. Un coacervo di contraddizioni sempre pronte ad esplodere, per ora provvidenzialmente annacquate al momento dell’innesco.

Nelle dolorose separazioni della prima parte del Novecento, i fattori endogeni non sono mai stati determinanti, essendosi tutte le scissioni prodotte per effetto di formidabili pressioni esterne, inconcepibili al giorno d’oggi. Chi dovrebbe, infatti, convincere una parte del Pd a mettersi in proprio? La Merkel a destra o, poniamo, Tsipras a sinistra? Diversamente è andata da Rifondazione in poi, quando la divaricazione sui contenuti e sulla linea politica (la continua ricerca di uno spazio “più a sinistra”), è stata nettamente prevalente, generando però esiti elettoralmente disastrosi o, quanto meno, molto al di sotto delle aspettative. Gli esempi più eclatanti si chiamano Comunisti italiani, Sinistra Democratica e, perché no? Sinistra e Libertà. In realtà, più che l’assenza – scontata –  di “manine” (o “manone”) internazionali, a garantire la tenuta unitaria del maggiore partito italiano è, per paradosso, la grande confusione politico – programmatica in cui si dibattono le minoranze interne che hanno già detto no a Renzi nel voto alla Camera sul Jobs Act (salvo poi comportarsi diversamente al Senato) e si apprestano ad innalzare barricate sulla legge elettorale e la riforma del bicameralismo. Quando si decide di lasciare la compagnia, la questione dell’approdo è fondamentale. E nel caso in questione esistono, sulla carta, tanti potenziali approdi, almeno quanti sono quelli che si agitano. Evidentemente troppi in un sistema maggioritario che condanna all’irrilevanza le formazioni medie, figurarsi i micro partiti identitari.

Fin qui, insomma, il pragmatico “divide et impera” renziano si è dimostrata una strategia straordinariamente efficace. All’interno del Pd la classica contrapposizione tra liberisti e neo keynesiani in economia, e tra maggioritaristi e semiproporzionalisti in materia di architetture istituzionali non serve a delimitare mondi omogenei e diversi. E’ utile solo al segretario-premier, che grazie a questo clima di contrapposizione e di scontro perenne riesce a tenere serrate le fila della sua maggioranza interna, compattata dall’adesione fideistica alla religione della rottamazione (non del rinnovamento, che implicherebbe una visione) permanente di tutto ciò che sa di “vecchio”, per ciò stesso definito “conservatore”. Un “credo”, quello dei renziani “duri e puri”, che talvolta travalica i contenuti e il merito delle questioni al centro dell’agenda politica, spesso anzi facendone volentieri a meno.

Se non vogliono ridursi alla mera testimonianza recuperando un ruolo politico, allora, le minoranze del Pd farebbero bene a spalancare finalmente gli occhi sulla realtà. Cominciando a considerare il renzismo non per quello che appare, ma per ciò che esso potrebbe rappresentare per la politica italiana. Una possibile via d’uscita, cioè, da un tunnel nel quale la sinistra brancola da un quarto di secolo circa. Angelo d’Orsi su “MicroMega” definisce il fenomeno come “la fase suprema del belusconismo”. Con qualche ragione: se il Cavaliere ha fornito una casa e il senso della propria storia, e alla fine anche un blocco sociale, ad una destra maggioritaria nel sentimento del Paese ma marginale in politica per buona parte della storia repubblicana, il “non progetto” di Renzi (svuotamento della vecchia forma partito attraverso la sua trasformazione in macchina elettorale), è una possibile risposta (non l’ultima, si spera) alle crisi della democrazia, della rappresentanza e della sinistra nella declinazione otto e novecentesca. Con Renzi il Pd si accontenta apertis verbis di rappresentare la maggioranza della minoranza di elettori che ancora si reca alle urne. Dentro tale perimetro potrebbe avere un senso sviluppare una battaglia “di sinistra”, trasformandosi da spettatori (e censori) dell’infinita transizione italiana in protagonisti del cambiamento. Ora come ora (e a meno di stravolgimenti degli equilibri interni al partito, allo stato assai improbabili), Civati, Cuperlo, Bersani, Fassina, D’Alema, D’Attorre e tutti i “malpancisti” non hanno molta scelta: hic manebimus optime. Perché fuori da questo recinto c’è il nulla.

MASSIMILIANO AMATO

stefano-fassina

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