La necessità di un patto etico

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10 dicembre 2014 di Massimiliano Amato

Il tema, a questo punto, è ineludibile. Sia le Primarie di gennaio del centrosinistra, che le Regionali di primavera, si giocheranno molto sulla capacità che avranno i candidati di mostrarsi affidabili e concreti in materia di lotta alla corruzione, un cancro che appare inestirpabile. Le chiacchiere, come si dice con espressione abusata, stanno a zero. E’ il momento dei fatti. Degli esempi. E di un “patto etico” tra aspiranti alla carica di governatore e amministrati che non contenga solo la solita, scontata, enunciazione di principi, ma piuttosto si sforzi di indicare gli strumenti “operativi” attraverso i quali, se eletti, i candidati faranno la guerra al morbo che sta devastando la politica italiana. I protocolli di legalità spesso annunciati (e firmati) in pompa magna sono largamente inapplicati, se è vero (com’è vero) che, annidandosi nei dettagli,  il demone della corruzione si fa beffe della loro inutile solennità per continuare indisturbato ad inquinare gravemente la vita pubblica. In tutta evidenza, serve uno scatto: culturale prim’ancora che politico. Gli ultimi accadimenti (dallo scandalo dell’Expo a quello del Mose, all’inchiesta Mafia Capitale) fanno crollare l’illusorio castello di carta costruito una ventina d’anni fa sull’onda delle inchieste di Mani Pulite. Il processo di autoriforma a cui la politica fu costretta a sottoporsi, delegittimata dalle inchieste giudiziarie, non ha prodotto alcun risultato. Anzi. Il maggioritario, la personalizzazione estrema, l’affermazione di leadership forti basate sul principio dell’uomo solo al comando hanno, se possibile, aggravato una situazione che nella prima metà degli anni Novanta portò al tramonto definitivo del proporzionalismo su cui si era retta fino ad allora la Repubblica, dei sindaci eletti in seno ai consigli comunali e dei presidenti di regione espressi dalle assemblee legislative. In alcuni casi, la legittimazione elettorale “diretta” ha fatto nascere e ha alimentato insofferenze diffuse verso ogni forma di controllo sugli atti di governo. In Campania c’è stato chi ha prima teorizzato che i controlli (che un tempo la legge affidava ai Coreco, poi aboliti) portano alla paralisi amministrativa e gestionale e poi, coerentemente con una tale, “creativa”, impostazione, ha cominciato a bypassarli indiscriminatamente. Con l’ovvio risultato che, in alcune realtà (tra cui Salerno) la magistratura penale ha riconquistato il centro della scena. L’assoluta, indiscutibile, prevalenza dell’aspetto “repressivo” rappresenta lo stato febbrile che segnala la persistenza di una profonda infezione nel corpo vivo della nostra democrazia. Uno stato patologico prodotto da batteri rivelatisi resistenti ad ogni forma di aggressione esterna. La sfida che attende i candidati alla guida della seconda regione italiana per numero di abitanti è, quindi, quella di indicare un nuovo, più trasparente, sistema di governance dei processi decisionali e amministrativi con cui, da un lato, si ridimensioni il debordante peso delle burocrazie e, dall’altro, si costruiscano percorsi tracciabili in relazione all’utilizzo delle risorse pubbliche. Non avendo paura di tagliare, se sarà, il caso, i rami secchi o infetti della macchina regionale, e attivando un sistema di controlli “interni” che certifichi alla fonte l’assoluta correttezza di ogni atto o comportamento adottato. Comincino i candidati alle Primarie a far propria questa scommessa. E il vincitore si impegni ad esportare la battaglia per la moralizzazione della vita pubblica nel confronto che avrà con il competitor del campo avverso.

MASSIMILIANO AMATO

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