La vera storia dell’imprenditore che “stregò” il premier

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30 novembre 2014 di Massimiliano Amato

Su giornali e social media impazzano i commenti alla visita di Matteo Renzi all’Atitech di Gianni Lettieri, venerdì scorso a Capodichino. Inopportuna politicamente, secondo alcuni. In realtà, l’appartenenza di Lettieri a Forza Italia è un argomento piuttosto debole. A sconsigliare quella visita ci sarebbe tutta la storia imprenditoriale di Gianni Lettieri. Una storia tutt’altro che da “capitano coraggioso”. La ripropongo qui pari pari e senza commenti, traendola dal volume che pubblicai due anni fa per la casa editrice fuori/onda di Arezzo “De Magistris o della Rivoluzione Napoletana” (pagg.84-91). Ah, dimenticavo: Lettieri non ha mai smentito una sola sillaba di quello che scrissi all’epoca.

(…) Quando, su sollecitazione di Gianni Letta e (pare) contro il volere dello stesso Cosentino (che è costretto ad “acconciarsi” alla decisione presa direttamente da Berlusconi nel corso di un vertice a Palazzo Grazioli) scioglie la riserva e accetta di guidare l’assalto del centrodestra a Palazzo San Giacomo,  Gianni Lettieri è superimpegnato a liquidare, dopo trent’anni, la prima (e finora unica) intrapresa della sua carriera di imprenditore. Il 5 maggio del 2011, a dieci giorni dal voto per il primo turno delle amministrative, i 210 lavoratori superstiti di una rocambolesca avventura imprenditoriale andata avanti quasi trent’anni tra improvvise crisi di liquidità, soccorsi pubblici e del sistema bancario, ristrutturazioni, cambi societari, elaborate alchimie finanziarie e lunghissimi periodi di cassa integrazione (una specialità della casa) vengono messi in mezzo ad una strada dal dottor Michele Antinolfi, commercialista e revisore contabile di Agropoli, nonché titolare della curatela della Cdi Industria Tessile Surl, dichiarata fallita il 5 maggio del 2010 dal Tribunale di Vallo della Lucania. Come e perché un’azienda fisicamente presente nell’area industriale di Calitri, in provincia di Avellino, avesse la sede legale nel cuore del Cilento, a circa 150 chilometri di distanza, è un mistero. I 210 lavoratori licenziati, da un anno in Cigs, erano tutto ciò che rimaneva di un’industria tessile, specializzata nella produzione di tessuto denim per i jeans, nata con soldi pubblici nel dopoterremoto dell’80, quando la legge 219/81 attirò nel Cratere irpino ogni genere d’imprenditori: furono ammessi a contributo perfino cantieri navali. In alta montagna. Per una panoramica esaustiva, consultare i tomi che raccolgono i risultati della Commissione d’inchiesta presieduta dall’ex Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro.

Quando parte, la prima (e fondamentalmente unica) intrapresa di Gianni Lettieri, la Ima Tessile, occupa circa 400 addetti e ha nel proprio capitale azionario il Banco di Napoli. Di fatto, l’aspirante sindaco del centrodestra diventa capo di un’azienda senza metterci una lira: il 90% dei costi di avviamento lo copre lo Stato, il restante 10 l’istituto di via Toledo. Una partnership che torna utile al primo rovescio. Nel 1994, infatti, anche per le anomalie rilevate dalla Commissione Scalfaro, il Cipe chiude i rubinetti per quasi tutte le aziende che hanno aperto i battenti nel Cratere. Anche per Lettieri, che di colpo si trova senza i fondi necessari per riscattare i suoli. Ci pensa la Finbank, finanziaria del Banco di Napoli, che pompa, a titolo di prestito però, 20 miliardi di lire nelle casse dell’Ima Tessile. Con questo debito sul groppone, la Ima va avanti fino al 1998, quando prendendo a pretesto la crisi internazionale del settore, Lettieri chiede il concordato preventivo e colloca i lavoratori in mobilità. Nel frattempo, nel 1995, con soli 20 milioni di lire di capitale sociale, il ragazzo partito dal Vasto ha rilevato dalle Partecipazioni Statali, a gratis, gli stabilimenti delle Mcm, le Manifatture Cotoniere Meridionali, di Angri e di Salerno Fratte. E già nel ’97 si è sbarazzato del sito di Angri, ottenuto senza sborsare niente e ceduto a un imprenditore conserviero del posto per la bella cifra di 16 miliardi di lire, mentre i lavoratori restano inattivi, in Cigs. I superstiti della lunghissima telenovela lo sono tuttora, e passano di deroga in deroga, vedendo assottigliarsi sempre più il già magro assegno mensile erogato dallo Stato e le speranze di una ricollocazione. Il passaggio Mcm è importante, perché le antiche cotoniere salernitane, fondate alla fine dell’Ottocento dagli svizzeri Wenner, si rivelano utili successivamente per costruire il complicato meccanismo di scatole cinesi che prolunga l’agonia della fabbrica di jeans fino ai giorni nostri.

Il 9 gennaio del 1999, dalle ceneri della Ima Tessile nasce la Cdi Industria Tessile Surl. La newco non ha niente di suo. Il pacchetto azionario è detenuto integralmente dalla Mcm. Scattano anche delle sinergie produttive, ma soprattutto, dopo un anno e mezzo di Cig, circa 300 lavoratori rimettono piede in fabbrica a Calitri, dove a rotazione vengono impiegati anche una settantina di addetti Mcm. Molti operai non ci vedono chiaro e decidono che può bastare. Il filo che tiene unite Calitri e Salerno è però robusto: il patrimonio delle Mcm, rilevato senza sborsare una lira, serve a garantire la sopravvivenza della Cdi, anche se il ciclo vitale dalla newco dura poco: dal 2005 i lavoratori vengono collocati in cassa integrazione. Nel 2007, si fa avanti un gruppo messicano, ma la trattativa salta quasi subito. La fabbrica si ferma definitivamente nel 2008. Nel settembre 2009 Lettieri cede le quote ad una finanziaria, la Gesvin, i cui soci sono suoi uomini, in testa Giustino Illiano, ex direttore dello stabilimento irpino. Nonostante ne sia fuori, a ottobre 2009, Lettieri, nel frattempo divenuto presidente degli industriali di Napoli, presenta un piano di riconversione industriale: non più tessile, la Cdi avrebbe prodotto batterie al litio per le auto elettriche del Gruppo Fiat. Investimento da 25 milioni di euro su 125 complessivi, coinvolgimento del centro ricerche Fiat, 160 posti di lavoro iniziali, che sarebbero dovuti diventare 650. Un bluff, l’ennesimo: il 5 maggio 2010 la Cdi muore. Come abbiamo visto, la storia della Ima Tessile s’incrocia, da un certo punto in poi, con quella delle Manifatture Cotoniere Meridionali. (…)

(…) Ancora oggi ci si chiede se la vicenda Mcm sia stato un capolavoro di industria e finanza creative o la madre di tutte le truffe. E’ una storia lunga sedici anni, che non si è ancora conclusa. Perché per Gianni Lettieri le Mcm, Manifatture Cotoniere Meridionali, continuano a rappresentare il “gioiello” di famiglia. Nonostante siano da tempo una scatola vuota che non dà lavoro a nessuno e che, con gli anni, ha più volte cambiato ragione sociale. E’ il 1995 quando il futuro presidente dell’Unione industriali di Napoli si lancia sull’affare delle antiche manifatture tessili salernitane. Un affare solo per lui, visto che Eni Risorse, azienda di Stato, gliele cede a gratis. All’aspirante primo cittadino è sufficiente creare una società con 20 milioni di capitale per rilevare due stabilimenti, uno di 64mila metri quadrati ad Angri e l’altro di 65mila a Salerno Fratte, i relativi macchinari e circa 400 lavoratori, cui le Partecipazioni Statali non riescono a garantire più un futuro. Venti milioni di lire rappresentano il 10 per mille della prima plusvalenza che l’ex ragazzo del Vasto realizza senza nemmeno accendere i macchinari. In cambio dell’impegno a riassorbire tutta la manodopera, Eni Risorse gli fa, infatti, un altro regalo: 50 milioni di lire per ogni operaio riassunto. Venti miliardi. Guarda la combinazione, l’ammontare del prestito che la Ima Tessile ha ottenuto un anno prima dalla Finbank. Fedele al motto imparato nei vicoli del Vasto, “’cca nisciuno è fesso”, Lettieri riassume tutti gli operai. Ma, dopo averli fatti lavorare poche settimane, spegne le macchine. E ordina: ristrutturazione. Parolina magica che gli consente di accedere alla Cassa integrazione guadagni. Paga lo Stato. Ai sindacati promette che la produzione riprenderà in poche settimane. E i sindacati, non avendo altra scelta, accettano”. Promessa da marinaio, perché di deroga in deroga, la Cig viene rinnovata innumerevoli volte. Nel 1997, lo stabilimento di Angri viene venduto a un industriale conserviero, Antonino Russo, che sborsa 16 miliardi di lire. La spiegazione ufficiale è che il centro di Angri deve essere riqualificato ed è impossibile sviluppare un’azienda in quella zona del paese. Intanto, Lettieri incassa la seconda plusvalenza. I 140 lavoratori del sito vengono spostati a Salerno, ma solo sulla carta: la produzione resta ferma. Passano quattro anni in cui non succede niente, poi nel 2001 la vicenda Mcm prende una piega inedita. Il Comune di Salerno avvia la procedura per una variante urbanistica che prevede la delocalizzazione dello stabilimento su suoli Asi, da tutt’altra parte della città: al posto dell’impianto, la Salerno Invest – Le Cotoniere, società creata allo scopo, s’impegna a realizzare una struttura polivalente con annessa galleria commerciale e supermercato, e a recuperare le palazzine liberty costruite dagli svizzeri Wenner alla fine dell’Ottocento. Le cose vanno per le lunghe: il primo incontro per definire l’operazione si tiene nell’ottobre del 2002. Fausto Martino, ex assessore all’Urbanistica del Comune di Salerno all’epoca dei fatti, ha raccontato (…) che Lettieri “manifestò la volontà di delocalizzare perché diceva di non avere prospettive industriali su quella zona”: in pratica lo stesso giochetto fatto ad Angri. Il piano viene presentato ai sindacati nell’aprile del 2003: prevede l’acquisizione della nuova area entro lo stesso anno e il mantenimento dei livelli occupazionali. Mentre ai lavoratori viene prolungata la Cassa integrazione per ristrutturazione, crisi e delocalizzazione, la vicenda si trascina fino a oggi senza costrutto: praticamente non si produce niente, né nella vecchia, né nella nuova area. Con un buco nei bilanci di 6 milioni di euro, la Mcm ha rischiato seriamente il fallimento. Lettieri l’ha ricapitalizzata conferendo la quota che detiene in Salerno Invest (4 milioni): operazione virtuale, visto che anche i lavori a Fratte sono al palo. L’agonia del “gioiello” continua: da 400 i lavoratori sono scesi a 115. Il resto è andato in pensione. Dopo 15 anni di cassa integrazione.

L’ultima operazione del self made man del Vasto (…) riguarda il salvataggio di Atitech, azienda di manutenzioni aeronautiche. L’acquisizione avviene, sempre attraverso la “Meridie”, la cassaforte di famiglia, nell’autunno del 2009. Gran cerimoniere dell’accordo, che evita la chiusura dello stabilimento di Capodichino, è, manco a dirlo, Gianni Letta. Lettieri s’impegna a ricollocare più di due terzi dei 645 addetti, ma a distanza di due anni più del 60% dei lavoratori è ancora a carico dello Stato: Cassa integrazione straordinaria, con lo stipendio decurtato del 20%. (…)

MASSIMILIANO AMATO

renzi e lettieri

 

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