Tocqueville ai tempi della crisi

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19 novembre 2014 di Massimiliano Amato

“Vedo una folla innumerevole di individui simili e uguali che non fanno che ruotare su se stessi, per procurarsi singoli e volgari piaceri con cui saziano il loro animo. Ciascuno di questi uomini vive per conto suo ed è come estraneo al destino di tutti gli altri: i figli e gli amici costituiscono per lui tutta la specie umana; quanto al resto dei concittadini, egli vive al loro fianco ma non li vede; li tocca ma non li sente; non esiste che in se stesso e per se stesso, e se ancora possiede una famiglia, si può dire per lo meno che non ha più patria”. Così, nella prima metà dell’Ottocento, Alexis de Tocqueville immaginava la deriva individualista e “familista” delle moderne società democratiche, sulle quali presto o tardi si sarebbe imposto un “nuovo autoritarismo” regolatore. Non era un economista, l’autore de “La democrazia in America”. E nemmeno un sociologo. Piuttosto, una figura ibrida. Mezzo filosofo e mezzo scienziato della politica: dove per il primo intendiamo uno studioso applicato ai valori, trascendenti e no, dell’agire politico, e per il secondo una sorta di entomologo che osserva asetticamente i vetrini degli atti e delle condotte politiche empiricamente rilevabili. Ma la sua analisi formulata, si badi bene, non in tempi di stagnazione come gli attuali, quasi un secolo prima dei totalitarismi (di destra e di sinistra) del Novecento e in un’epoca lontanissima dall’affermazione del web, potente moltiplicatore di velleitarie solitudini scambiate per partecipazione, ci aiuta sorprendentemente a capire parecchio (anche se non tutto) del periodo che stiamo vivendo. Segnato in profondità dalla più grande e lunga recessione economica dalla fine della seconda guerra mondiale, a sua volta alla base di profondissime, quasi radicali, trasformazioni del costume e delle abitudini private e pubbliche, sicché saremmo addirittura in presenza di una crisi “antropologica” in senso lato. Senza voler individuare la traiettoria esatta di questa lacerazione, anzi concentrandoci solo su qualche punto di frattura visibile a occhio nudo, uno snodo ci riporta direttamente alla rarefazione progressiva delle “reti sociali” sulle quali abbiamo costruito il nostro faticoso dopoguerra. Tal’è, mutatis mutandis, la “folla innumerevole di individui eguali” che ruotano su se stessi senza più riuscire a trovare punti di coagulo organizzati, dai quali costruire comunità larghe basate su condivisioni diffuse di interessi (non solo materiali) e valori. In pratica, scontiamo penosamente l’emarginazione brutale di un modello che ci ha consentito di risollevarci dalla polvere della dittatura e della guerra: il ruolo svolto nel primo cinquantennio di vita repubblicana, sia direttamente che indirettamente, dai grandi partiti politici e dalle organizzazioni di massa, la Dc, il Pci, il Psi, il sindacato, a cui in molti tornanti decisivi si è aggiunta la Chiesa, con le sue articolazioni secolari. La liquidazione delle “agenzie educative” che hanno promosso e accompagnato il processo di civilizzazione democratica ha lasciato irrimediabilmente scoperto un fianco sensibile. E il default dell’economia finanziarizzata, che da noi si è intrecciato all’abnorme dilatazione del debito pubblico, ha potuto indisturbato penetrare le carni indifese del Paese. Squassandole. In un lucidissimo intervento sul “Corriere” di domenica, Giuseppe De Rita lamenta, con molte ottime ragioni, la demonizzazione dei corpi intermedi, individuando in essa una delle cause delle attuali turbolenze che riportano la gente nelle piazze e fanno scivolare lo stesso sindacato verso la tentazione “di attivare spallate conflittuali”. Ma non è, forse, la criminalizzazione coatta e indiscriminata della rappresentanza sociale cui instancabilmente si dedica buona parte del ceto politico di vertice, la principale fonte dalla quale trae alimento la disgregazione che ci rende tutti più soli, impauriti e/o incazzati, miriade di monadi vaganti senza connessioni tra di loro nell’universo della crisi? La messa al bando della “cattiva forma della rappresentanza” ha fatto sì che venissero tranciate, come nella celebre figura retorica del bambino e dell’acqua sporca, le cinghie di trasmissione tra i bisogni collettivi e la decisione politica che hanno ininterrottamente funzionato per più di mezzo secolo. D’accordo: spesso assecondando da un lato derive corporative e particolaristiche e dall’altro processi di degenerazione della morale pubblica, ma includendo incessantemente nel perimetro dello Stato democratico quantità sempre maggiori di individui e gruppi organizzati. Solo nel contesto disgregativo di questa dinamica, giusto per fare un esempio, si può oggi arrivare a costruire il paradosso secondo il quale per risolvere il problema della disoccupazione occorra introdurre misure che permettano alle aziende di creare liberamente e senza ostacoli normativi nuovi disoccupati (l’abolizione dell’articolo 18). La “disintermediazione”, termine orrendo con cui la politica 2.0 dei tempi di Renzi (ma anche dei tanti “caudilli” periferici diventati emblemi della personalizzazione della politica nell’era del maggioritario a tutti i costi) si è illusa di aver riconquistato il primato, produce anche di questi disastri logici. Per Luciano Violante, che si pone sulla scia di De Rita, la liquidazione dei corpi intermedi ci lascia un Paese spaccato tra le jacquerie di questi giorni (lo “sciopero sociale”, gli scontri di piazza tra polizia e manifestanti) e il caporalato politico che, partendo da Palazzo Chigi e discendendo pe li rami, sta “commissariando” autoritariamente la vita pubblica. Ancora Tocqueville, sulla folla di individui “simili ed eguali”: “Al di sopra di costoro si erge un potere immenso e tutelare, che si incarica solo di assicurare loro il godimento dei beni e che veglia sulla loro sorte. E’ assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla maturità, mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente nell’infanzia”. Sembra scritta appena ieri.

MASSIMILIANO AMATO

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One thought on “Tocqueville ai tempi della crisi

  1. Gabriele Cavallaro ha detto:

    Condivido l’analisi sull’assenza di ruolo e di funzione democratica dei

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