Crescent: l’exit strategy

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29 ottobre 2014 di Massimiliano Amato

Sbaglia di grosso il (nutrito) fronte no Crescent a considerarsi sconfitto dal parere del Soprintendente sulla “mezza luna” di Bofill. E, di riflesso, sbaglia ancora di più il Comune a cantare vittoria. In realtà, se non fossimo in un clima di “guerra guerreggiata” e il mega complesso edilizio (privato) di Santa Teresa non rappresentasse l’emblema di una stagione di governo opaca, finanche nelle sue esasperazioni, potremmo tranquillamente concludere che quello dell’ingegner Miccio è un parere di assoluto buon senso. Le famose “prescrizioni”, infatti, ancorché pericolosamente somiglianti ad un condono ex post (di questo Miccio risponderà, se necessario, nelle sedi competenti), spalancano sorprendentemente la strada alla soluzione “politica” della vicenda. La demolizione integrale avrebbe rappresentato una toppa peggiore del buco. Al di là dell’alone leggendario costruito intorno alla “resistenza” al “mostro”, che  ha creato, per la prima volta in più di vent’anni, una mitologia dell’opposizione, un immaginario condiviso, un “sentire” e un codice espressivo finalmente univoci e coerenti, quando non addirittura forme inedite di rappresentanza politica e sociale, ridurre quell’opera a un cumulo di macerie avrebbe significato infliggere un’ulteriore – e forse addirittura più grave – ferita al territorio. Andate a vedere il cratere di Punta Perotti a Bari, o quello, molto più vicino a noi, lasciato dalla spettacolare demolizione del Fuenti a Vietri sul Mare. Proviamo, allora, a mettere da parte per un po’ i sogni, congelando l’estenuante braccio di ferro che va avanti da anni, con il Comune che sostiene che il Pua di Santa Teresa (con annesso megacondiminio privato) ha sottratto al degrado l’estremità occidentale del water front cittadino e la “resistenza” che rimpiange le mitiche “Chiancarelle”. E concentriamoci sulla realtà. Partendo da un presupposto: che l’impossibilità di ottenere il migliore dei mondi possibili non preclude mai la facoltà di adoperarsi per un mondo migliore. Nel caso del Crescent, la vera sanatoria potrebbe essere costituita da un virtuoso snaturamento del progetto. Da speculazione privata a opera pubblica. Il brutto che diventa non bello, nemmeno buono, ma utile. A maggior ragione oggi dopo la “prescrizioni” di Miccio – ma a consigliarlo, ancor prima, era l’inchiesta giudiziaria sfociata in una raffica di richieste di rinvio a giudizio sulle quali il Gup del Tribunale di Salerno dovrà pronunciarsi nelle prossime settimane – il Comune dovrebbe prendere atto che una fase nella vita della contestatissima “mezza luna” si è irrevocabilmente chiusa, e ogni tentativo di riaprirla sarà un’inutile e dannosa forzatura. Che, al di là della querelle sull’impatto ambientale, le cubature in eccesso, il panorama sfregiato et similia il vero problema, sul quale il soprintendente nulla può, è costituito dal carattere privatistico dell’operazione. Un’ipoteca – psicologica e morale prim’ancora che politica, o urbanistica, o ambientale – che ha condizionato tutti gli sviluppi della vicenda. Rappresentando spesso il “non detto” che ha confinato la riqualificazione urbana di Santa Teresa nel limbo limaccioso del sospetto. E’ vero: ci vorrebbero tanti soldi. Una montagna di euro per acquisire il complesso dai proprietari, che il Comune non ha. Ma, per provare a uscire “politicamente” da una situazione che, tra Tar, Consiglio di Stato, giustizia civile e penale, promette di andare avanti per chissà quanti anni ancora, questa è una delle opzioni che l’amministrazione cittadina ha davanti a sé. Gliel’ha, chissà quanto inconsapevolmente, suggerita Miccio ordinando il ridimensionamento del progetto: il “taglio” della parte pubblica che, come per un gioco di paradossi, rimette completamente in discussione lo spirito dell’iniziativa, ribaltandolo. Se la piazza della Libertà è un ulteriore prolungamento del lungomare cittadino, per definizione pubblico, è forse giunto il momento che il Crescent assecondi questa intuizione urbanistica, di per sé indubitabilmente suggestiva. Diventando un grande centro internazionale di cultura e ricerca, in cui trovino ospitalità biblioteche, mediateche, laboratori creativi e scientifici (di studio del mare, per esempio), musei, parchi tematici. Un posto dove tenere concerti di richiamo internazionale, spettacoli teatrali, festival e reading letterari. Attività ad elevatissima redditività, peraltro. Si potrebbe destinare un’intera “stecca” all’Università, favorendo così un suo parziale ritorno nella cinta daziaria con l’istituzione di una facoltà del mare, per esempio. Su questo tentativo di “resurrezione” del Crescent l’amministrazione potrebbe coinvolgere il Ministero da cui dipende Miccio, la Regione, l’Ue. Sarebbe l’unica exit strategy autenticamente “europea”: un mega-progetto che crei migliaia di posti di lavoro tra i giovani e rilanci l’immagine di Salerno come una delle capitali continentali della cultura. Qualsiasi altra soluzione, condanna la “mezza luna” a ennesimo simbolo di un Sud perennemente sospeso tra mancanza di trasparenza (e di spirito pubblico) e protesta inerte, drammaticamente e penosamente fine a se stessa.

MASSIMILIANO AMATO

foto Massimo Pica

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