Il “modello Salerno”

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22 ottobre 2014 di Massimiliano Amato

Seguire le vicende (vicissitudini?) del Pd ha i suoi lati divertenti. Ora spunta un sondaggio segreto commissionato dal Nazareno dal quale risulterebbe che il partito vincerà le regionali anche in Campania (come del resto in tutte le altre regioni in cui si voterà a maggio) se, testuale, “indovinerà il candidato presidente”. C’è, in questa locuzione, un elemento di ovvietà: i ciechi vedranno l’alba se acquisteranno la vista, i sordi sentiranno cinguettare gli uccellini se avranno l’udito, domenica sbancherà il Totocalcio chi riuscirà a indovinare tutti e 13 i pronostici sulla schedina, e così via. La consequenzialità tra premessa e conclusione è legata, nel nostro caso, al meccanismo elettorale. Si tratta di elezione diretta del presidente, ed è quindi determinante azzeccare la scelta. Ma in questo responso, involontariamente comico, è racchiuso anche il senso, e il peso, del fallimento epocale di un partito che, a meno di 7 mesi dall’appuntamento con le urne, appare lontano anni luce dall’individuazione del candidato giusto, quello che può spingere Caldoro e il centrodestra all’opposizione.

La situazione è la stessa di cinque anni fa però, mutatis mutandis, a ruoli completamente ribaltati. Allora l’onere di tirare fuori dal mazzo la carta vincente era integralmente a carico del centrodestra, che alla fine non sbagliò la scelta. La candidatura dell’attuale governatore, nel mettere in fuorigioco Nicola Cosentino permise ai berluscones campani di capitalizzare il fortissimo vento a favore che in quegli anni scuoteva l’opinione pubblica regionale gonfiando l’onda della generale e diffusa riprovazione per la vergogna dell’emergenza rifiuti a Napoli. L’investitura del rassicurante Caldoro impedì, di fatto, un rovesciamento del tavolo sulla questione morale, che con l’ex sottosegretario di Tremonti in campo sarebbe stato in campagna elettorale un argomento fortissimo a favore del centrosinistra. Potenzialmente in grado perfino di invertire gli orientamenti dominanti in quel momento nella società campana. Con tutto il rispetto e facendo le debite differenze l’impressione è che nell’attuale Pd, partito quasi solo di elettori visto che gli iscritti sono fuggiti (-89% rispetto al 2013), ci sia addirittura più di una candidatura che potrebbe avere sull’elettorato moderato il medesimo impatto che nel 2010 avrebbe avuto quella dell’allora coordinatore regionale del Pdl. Ma non s’intravede nessun Caldoro all’orizzonte. Apertis verbis: la candidatura napoletana, dell’europarlamentare ex superassessore regionale, è gravata dalla sconcertante pantomima delle primarie alla pummarola per la candidatura a sindaco di Napoli del gennaio 2011. L’altra candidatura, quella legata al famoso “modello Salerno” per intenderci, agita le notti di Lotti, Guerini e dello stesso Renzi, intimamente convinti della sua improponibilità, ma tuttora ostaggi di un incomprensibile imbarazzo a notificarlo al diretto interessato.

E allora, va forse fatta un po’ di chiarezza. Partendo da due presupposti. Il primo: nessuno può essere impiccato ad un avviso di garanzia, e nemmeno ad una richiesta di rinvio a giudizio. Si tratterebbe, nei fatti, di una negazione del principio, costituzionalmente garantito, della presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva, che va applicato a chiunque. Il secondo: la Severino è una pessima legge, votata peraltro anche dal Pd in un momento di recrudescenza giustizialista che ancora oggi grida vendetta. Detto questo, però, a generare l’improponibilità di cui sopra è un ragionamento tutto politico. Teniamo fuori il procedimento civile sulla decadenza e quello penale sull’inceneritore, entrambi prossimi alla sentenza (d’appello il primo, di primo grado il secondo), con pronunciamenti nettamente “colpevolisti” da parte del rappresentante dell’accusa. E proviamo ad incentrarlo, questo ragionamento, sulla parola d’ordine che accompagna la candidatura in questione: l’esportazione in tutta la regione del “modello Salerno”, appunto. Ora, proprio le cronache delle ultime settimane ci dicono che, per la magistratura, quel modello pecca, mettiamola così, un po’ troppo di disinvoltura. Tutto è da dimostrare, per carità. Però non può essere frutto del caso, né di singolari coincidenze, se su una delle vicende in cui esemplarmente si sostanzia quel modello – o meglio la sua versione più recente ed aggiornata – vale a dire il Puc della zona di Santa Teresa, si è scatenato un autentico tornado giudiziario. Quattro-inchieste-quattro: una sul Crescent di Ricardo Bofill, ormai davanti al gup che dovrà decidere sulle richieste di rinvio a giudizio avanzate dalla procura. E tre sul cantiere di Piazza della Libertà. La prima sullo sprofondamento dell’impiantito. La seconda sul sospetto di smaltimenti illeciti degli inerti derivanti dalla demolizione del Pastificio Amato. La terza sulla variante ai lavori di costruzione della piazza, con la quale la Giunta di Salerno, di fatto in sanatoria, ha messo ulteriori 9 milioni di euro nelle mani dell’impresa privata che non si era accorta, al momento di iniziare i lavori, che là sotto c’era un torrente potenzialmente molto pericoloso.

“Fatti amministrativi”, d’accordo: ma nel procedimento amministrativo la forma è sostanza, senza la prima i controlli vanno a farsi benedire e diventa tutto lecito, con i giudici che sono costretti obbligatoriamente a intervenire per ripristinare i paletti divelti. Escludendo l’ipotesi che siamo di fronte alla più grande persecuzione dai tempi della crocifissione di Gesù Cristo, più che di essere lanciato oltre la cinta daziaria, il “modello Salerno” avrebbe forse bisogno di una revisione radicale e di una salutare sosta ai box. Perché di tutto ha bisogno la Campania nei prossimi anni tranne che di un perenne, estenuante, braccio di ferro tra i vertici politici di Santa Lucia e i giudici. Solo quando troverà il coraggio di confessare queste cose prima a se stesso e poi al proprio popolo, stufo del sovversivismo permanente delle proprie classi dirigenti, il Pd potrà essere certo di aver imboccato la strada della (possibile) vittoria.

MASSIMILIANO AMATO

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