L’esproprio

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23 settembre 2014 di Massimiliano Amato

E’ di problematica definizione, per un laico, lo sfregio causato al sentimento religioso dall’”ammutinamento”, visibilmente eterodiretto, delle paranze di San Matteo. Più semplice appare la quantificazione del danno che esso ha prodotto nella cosiddetta “sfera civile”. Perché, ragionando a mente fredda sulle tre ore e mezza di marasma durante le quali Salerno è sembrata mettercela tutta per fornire non esattamente una bella immagine di sé all’Italia intera, un dato chiede strada, tra il fumo di ricostruzioni parziali e interessate e narrazioni più o meno faziose o omissive. Questo: il dirottamento della processione rischia di aver inferto un vulnus abbastanza serio al concetto stesso di democrazia. L’ennesimo in una città già da anni molto sofferente su questo delicatissimo terreno. Perché, per le modalità con cui si è manifestata e le intenzioni con le quali è stata concepita, la ribellione “indotta” dei portatori ha avuto l’esiziale esito di violare la sacralità (attraverso la statua del Santo Patrono, poi!) del simbolo principale del “governo del popolo”. Il Palazzo di Città, retrocesso improvvisamente a residenza privata del signorotto locale, sotto le cui finestre all’Evangelista è stato imposto un inchino di tutt’altra natura rispetto a quello andato in scena per decenni senza le sceneggiate e i falsi psicodrammi di domenica sera. L’ingresso nell’atrio del Municipio, stavolta, non ha rappresentato l’omaggio del santo gabelliere alla “casa di tutti i salernitani”, come con non poca retorica viene definito lo storico edificio di via Roma. No. Rappresentando una violazione, tra fischi e contestazioni, delle norme volute dalla Cei e semplicemente applicate da monsignor Moretti, il tradizionale “accesso” è stata una rovinosa forzatura. Un’ottusa esibizione muscolare che, di fatto, ha accomunato per pochi, interminabili minuti, il Comune di una città di grandi tradizioni democratiche (passate), che oggi si picca di essere perfettamente integrata nel contesto europeo, al domicilio di un qualsiasi feudatario del Meridione più profondo e arretrato. Dove nove volte su dieci a questa figura riverita, rispettata e tradizionalmente omaggiata dai santi in processione, corrisponde un malacarne della criminalità organizzata. Più che la festa del Patrono, questo 21 settembre ha rappresentato, quindi, la tardiva epifania (tanto per rimanere in tema evangelico) di un potere brutale che, adesso sì, si può dirlo, ha espropriato definitivamente i salernitani della loro casa comune. I canonisti analizzeranno la difficile situazione venutasi a determinare nei rapporti tra Chiesa e amministrazione pubblica (in senso lato: lo Stato) dopo quello che è accaduto. Altri passeranno al microscopio le implicazioni antropologiche del “rito” cui il popolo di San Matteo è stato costretto ad assistere, sbigottito. Niente di nuovo, in fondo, rispetto al primitivismo culturale, al plebeismo e al tribalismo arcaico di cui sembra imbevuta fino alle radici la leadership politico-amministrativa cittadina, da più di vent’anni impegnata in un estenuante corpo a corpo con la modernità, quasi sempre (vanamente) inseguita solo a colpi di slogan, parole d’ordine e proclami propagandistici. Qui val la pena di ricordare che proprio nel Palazzo violentato dalla rivolta “ispirata”, settant’anni fa mosse i primi passi la nuova Italia uscita dalla dittatura e dagli orrori del conflitto mondiale. In quelle sale disegnate dall’ingegnere Guerra negli anni Trenta, e in cui il fascismo aveva stabilito la “potestatis civium sedes” come recita l’austero frontale, sempre profondamente rispettandone l’originaria destinazione “pubblica”, nel ’44 Palmiro Togliatti diede vita alla “Svolta” che avrebbe trasformato il più grande partito comunista d’Occidente in uno dei pilastri principali della Repubblica e della democrazia italiana. Fa tremendamente male considerare come la “retrocessione” del Palazzo determinata dai fatti di domenica abbia tra gli indiziati per il ruolo di principale ispiratore uno degli epigoni di quella storia. Ma, forse, questa epifania del potere coincide con l’eutanasia di un regime. O, almeno, così sperano quei salernitani che non si rassegnano al progressivo scivolamento della loro città in un limbo vischioso, pericolosamente a metà strada tra Casal di Principe e la Corea del Nord.

MASSIMILIANO AMATO

foto Massimo Pica 

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