L’equivoco della Fonderia

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17 settembre 2014 di Massimiliano Amato

Nel grande bailamme che avvolge i partiti in questa lunghissima vigilia delle elezioni regionali, alcune tendenze di fondo della politica campana vanno sorprendentemente chiarendosi. Dettando letture meno convenzionali della fase che abbiamo alle spalle e disegnando scenari abbastanza nitidi per il presente e il futuro prossimo. E’ innegabile che la devastante crisi che sta minando il centrodestra a livello nazionale risulti qui notevolmente attutita dal discreto gradimento (terzo tra i governatori di tutt’Italia) di cui Caldoro continua a godere. Cosa che deve aver avuto il suo peso nella decisione del governo di affidargli il ruolo di commissario per la bonifica di Bagnoli, che taglia fuori il governo “arancione” della città di Napoli e conferma l’esistenza di sotterranee (ma nemmeno poi tanto) e particolari sintonie tra il premier, che in una fase così delicata non muove un solo passo senza essersi preventivamente consultato col Colle, e il presidente della Regione. Acquattati, opportunamente nascosti dietro Caldoro e il suo appeal, che resiste perfino a un bilancio di governo non esattamente lusinghiero (vedi alle voci trasporti, sanità, rifiuti e fondi Ue), Forza Italia e il resto del centrodestra corrono il rischio di fare un figurone. Nonostante la Pascale e il barboncino Dudù, cui il “cerchio magico” berlusconiano sembra aver delegato compiti di guida politica. Di contro, il soggetto afflitto dalle aporie più profonde e radicate resta il Pd, partito che in alcuni territori – il salernitano in primis – non esiste se non come comitato elettorale permanente al servizio di uno solo, del quale rappresenta anzi la segreteria particolare. E’ stato partendo da questa considerazione, probabilmente, che, avvicinandosi l’appuntamento delle primarie, un gruppo di giovani dirigenti venuti alla ribalta con la “rivoluzione” renziana ha deciso di occupare la scena con la “Fonderia delle idee”, in programma negli ultimi giorni di settembre a Bagnoli. Senonché, non basta coniare (o prendere in prestito, spacciandoli per nuovi) slogan più o meno appetibili per il popolo vasto dei social media per dimostrare di avere “idee”: concetto che, dal mito dell’antro platonico in poi, è stato declinato nei modi più diversi e disparati. Il punto è: considerato che il lemma fornisce il tema al termine “ideologia”, arnese del passato del quale il Pd renziano è sostanzialmente privo, qual è la declinazione che hanno intenzione di privilegiare i giovani dirigenti renziani della Campania? L’impressione, leggendo qua e là le loro dichiarazioni, è che essi puntino su un’interpretazione – piuttosto ricorrente da una ventina d’anni a questa parte, periodo coincidente con la morte di tutte le ideologie – abbastanza creativa: parole d’ordine, immagini e suggestioni per evitare di affrontare i veri ostacoli che tengono bloccato il partito. Il senso è più o meno questo: chiamiamo un po’ di persone che magari hanno poco o niente da dire però lo dicono benissimo – lo scrittore di successo, il protagonista di una start up vincente, il giornalista à la page, il filosofo prêt-à-porter, il regista vincitore dell’Oscar – gli diamo un microfono e li facciamo andare a ruota libera. In conclusione, tiriamo fuori il nostro nome per la candidatura alla presidenza e tutti i salmi finiscono in gloria. Strategia mediaticamente ineccepibile – il modello, d’altronde, è la Leopolda – ma politicamente in odore di fallimento. Perché sposta fuori, nel mare indistinto (e culturalmente composito) degli “influencer” e del popolo della rete una indifferibile discussione che andava fatta invece “nel” partito, in questo modo colpevolmente lasciato in mano ad avventurieri senza scrupoli già impegnati in una partita a tutto campo. E’ una strategia infatti che non dà alcun contributo al superamento definitivo dello schema tuttora dominante nel Pd e nel centro-sinistra campano, e che in più di un ventennio è diventato esso stesso “ideologia”e pilastro portante di tutti gli epigoni del Pci: dal Pds al Pd, passando per i Ds. La convinzione, cioè, che l’unico modello di governo possibile sia quello, personalistico, affermatosi sull’onda della “rivoluzione dei sindaci” del 1993. E che il partito non sia altro che un’appendice delle istituzioni. Detto brutalmente: nonostante la batosta elettorale subita nel 2010, il Pd campano non mai è riuscito ad archiviare il cesarismo municipalistico di cui Antonio Bassolino a Napoli e il suo competitor salernitano hanno costituito i due cardini fondamentali. Va da sé che a dirigenti proiettati nei ruoli chiave che oggi occupano dall’affermazione di questo modello addirittura a livello nazionale non si può chiedere né la sensibilità né, forse, la cultura necessarie per immaginarne il superamento. Ed è altrettanto fuor di dubbio che il Pd – e con esso il centro-sinistra – corrono il serissimo rischio di restare prigionieri di questa “vincolo” ancora a lungo. Le stesse primarie (se ci saranno) ne saranno inevitabilmente condizionate, perché il favorito numero uno, a quel punto, sarà proprio un’espressione del vecchio mondo che il partito non riesce a mettersi alle spalle. Già cinque anni fa ciò fece saltare ogni “connessione sentimentale” tra il popolo della sinistra e i suoi rappresentanti, e Caldoro passeggiò indisturbato sulle macerie. Da allora, come ha correttamente rilevato qualche esponente del Pd napoletano, sfruttando la sua allure “riformista” il governatore ha drenato consensi anche nella parte “moderata” del campo avverso, la cui parte più “estrema” ha dato vita ad uno smottamento di proporzioni allarmanti verso l’antipolitica dei pentastellati. E allora: suona azzardato pronosticare analogo esito anche nel 2015?

MASSIMILIANO AMATO

Ex_Italsider

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