La navigazione di Lembo

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10 settembre 2014 di Massimiliano Amato

A Corrado Lembo (nella foto), che tra qualche giorno entrerà nella pienezza delle funzioni di Procuratore capo presso il Tribunale di Salerno, vanno innanzitutto fatti gli auguri di buon lavoro. Sta per assumere un incarico molto delicato, col quale probabilmente (per mere ragioni anagrafiche) chiuderà una lunga e prestigiosa carriera che, tra le altre cose, lo ha visto per moltissimo tempo in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata. Prima come sostituto procuratore nazionale antimafia (applicato proprio alla Distrettuale di Salerno) e successivamente al vertice della Procura di Santa Maria Capua Vetere, nel territorio di quella che può a giusta ragione considerarsi la Corleone di Campania, cioè Casal di Principe. E’ visibilmente ispirata da questa ultraventennale esperienza di contrasto ai clan della camorra una delle sue prime “dichiarazioni programmatiche” rilasciate dopo l’investitura del Csm, lo scorso luglio. In un’intervista a la Repubblica, il nuovo capo della Procura ha posto tra le priorità del suo ufficio un’azione investigativa  più incisiva ed efficace sulle infiltrazioni camorristiche nel natìo Cilento. Nulla da eccepire, naturalmente. La (temiamo residua) “verginità” di quel territorio, già abbondantemente saccheggiato, continuerà ancora per lungo tempo a scatenare gli appetiti dei clan, in cerca di nuovi mercati di riferimento per i loro investimenti: quello turistico, per esempio, è per buona parte ancora da espugnare. E l’eco del più importante omicidio politico avvenuto in Italia negli ultimi 30 anni, quello del sindaco di Pollica Angelo Vassallo, rimbomba assordante a ricordarci che, dopo quattro anni, non ci sono né mandanti, né esecutori, né moventi certi, ma solo ipotesi e/o supposizioni investigative. Ovviamente, Lembo non è così ingenuo da ritenere che la subdola pervasività del potere economico della camorra rimarrà circoscritta allo sterminato comprensorio che inizia sulla sponda destra del Sele per finire alle porte della Lucania tirrenica, e noi con lui. Senza fare troppa sociologia, è il caso di ricordare che altri fattori che alimentano l’economia criminale – citando alla rinfusa: dal mercato degli stupefacenti, alla capacità di cantierizzazione delle opere pubbliche, alla drammatica congiuntura che ha messo in ginocchio il commercio – fanno sì che altri territori della provincia siano, per i clan, molto più attrattivi del Cilento. In una scala di esposizione ai rischi di infiltrazione, da uno a dieci la città capoluogo, per esempio, è quotabile intorno all’otto, forse il nove. Qui è concentrato l’aggregato commerciale più vasto e importante della provincia, investito negli ultimi anni da un tourbillon di saracinesche abbassate e rialzate troppo frenetico per non destare sospetti. Sempre qui, solo per fare un altro esempio, si sono aperti decine di cantieri di opere pubbliche, settore tradizionalmente abbastanza permeabile, nonostante la buona volontà delle stazioni appaltanti e i controlli prescritti dalla normativa antimafia: come si sa, il diavolo si annida nei dettagli, e quelli talvolta possono sfuggire anche all’occhio più attento. Ma queste cose il nuovo procuratore le sa bene, anzi benissimo, considerata la sua lunga esperienza. Con un tale background c’è da aspettarsi, quindi, che egli dia una bella scrollata alle vele e sfidi la bonaccia che ha tenuto fermo il vascello della Procura nello stesso, stagnante, specchio d’acqua per un periodo troppo lungo. Anni in cui non è che l’ufficio inquirente se ne sia stato a guardare: tutt’altro; ma l’atmosfera in cui esso ha operato è parsa troppo volte pericolosamente simile a quella dell’epoca pre-Mani Pulite. Quando a Salerno era inconcepibile – per un fatto “culturale” – che il controllo di legalità affidato alla magistratura potesse riguardare i pubblici poteri locali, assurdo corollario della visione “castale” che accomunava politica e magistratura. E quando esso è scattato, puntuale, è sembrato quasi (o è stato fatto passare per) un’indebita ingerenza nell’attività amministrativa. I casi più eclatanti sono anche i più recenti, le inchieste sul Crescent e su Piazza della Libertà: una pletora di indagati tra imprenditori, politici, funzionari pubblici e tecnici, le opere sotto sequestro, ma la scena mediatica (e non solo quella) è dominata dal principale indagato (9 capi di imputazione solo per il Crescent), impegnato diuturnamente in una sfida alla magistratura che ha assunto ormai gli sgradevolissimi contorni di un reiterato attentato alla dignità della Giustizia, intesa come servizio pubblico di fondamentale importanza e delicatezza. Ma anche sul concetto di dignità – che nello specifico richiama lo scottante tema dell’autonomia delle toghe da ogni altro potere – Lembo non ha bisogno di insegnamenti, e nemmeno di consigli. A Salerno l’aria immota ha generato e genera fastidiose sensazioni. La più importante è che si sia formata un’ingiustificata aura di impunità dentro la quale potrebbe essersi infilato di tutto: dall’occupazione di vitali segmenti dell’economia da parte dei clan a commistioni fatali che potrebbero avere messo una seria ipoteca sul futuro della città. Sta a Lembo scacciarle, impugnando saldamente il timone e riprendendo il largo con coraggio e creatività. Se non altro, possiamo fin da ora avere la ragionevole certezza che egli si manterrà immune dalle “distrazioni” che i salernitani sono stati costretti a registrare nel recente passato. Buon vento, Procuratore.

MASSIMILIANO AMATO

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