La diplomazia del burraco

Lascia un commento

6 agosto 2014 di Massimiliano Amato

Ma poi: esiste veramente una borghesia a Salerno? O non siamo piuttosto di fronte ad un accrocco privo d’anima e funzione sociale, composto per tre quarti dalla rendita fondiaria, parassitaria e improduttiva, e per il restante quarto dall’indistinta pletora dei rappresentanti delle cosiddette “professioni liberali” (la città dei medici senza pazienti, degli avvocati senza clienti, dei commercialisti tributaristi senza contribuenti e così via)? La domanda sorge spontanea dopo un post pubblicato su un social network da Giso Amendola, intellettuale di punta della cosiddetta “sinistra radicale”, che riprendeva (a quanto pare sottoscrivendola) l’ultima parte delle “Note luterane” di mercoledì scorso, dedicate proprio all’eclissi borghese. Sulla maturazione storica di quella che è un’anomalia quasi esclusivamente salernitana – anomalia rispetto perfino al già poco felice e compromesso contesto meridionale – si esercitò qualche anno fa Guido Panico, in un lucido saggio scritto con i toni del pamphlet di denuncia. Dietro la mancata formazione di una “coscienza borghese” in grado di incidere virtuosamente sui processi civili, politici ed economici di una città e una provincia che hanno quasi sempre vissuto di luce riflessa a causa della grande vicinanza con la realtà metropolitana di Napoli, ci sono alcune tare profonde (quella geografica è tutt’altro che marginale) che però sarebbe inutile (e forse anche noioso) riesumare in quest’occasione. Più interessante può essere analizzare ciò che è accaduto negli ultimi vent’anni, perché l’impressione è che in questo periodo la borghesia cittadina abbia per “concentrazione” accumulato ritardi che, solitamente, si realizzano su un tempo assai più lungo. Tanto per essere chiari, essa è scivolata ancor di più nel ruolo di testimone muta e inoffensiva, ridotta alla marginalità più o meno assoluta dal patto tacito sottoscritto con il potere municipale: io ti aiuto a rimpinguare il conto in banca senza l’obbligo di produrre alcunché, tu non disturbi il manovratore. Anzi, gli dai una mano. Lo sostieni. Attratto in un gioco in cui è stato alternativamente vittima inconsapevole, complice e carnefice, l’”accrocco” ha permesso al decisore unico e al suo clan di introdurre senza colpo ferire modifiche sostanziali alla “struttura” cittadina (intesa in senso marxiano). Tal’è la creazione di un sistema economico legato alla gestione dei servizi essenziali che, da volenteroso tentativo di imitazione dell’efficientissimo modello emiliano – romagnolo si è trasformato velocemente nella sua patetica scimiottatura. Conti economici periclitanti parlano (o meglio sussurrano sottovoce, per il momento) di una lunga serie di fallimenti annunciati. L’esproprio silenzioso di ruoli e funzioni “storiche” è stato compensato, ovviamente, con politiche pubbliche che hanno avuto come unico asse di sviluppo la tutela e il rilancio della rendita privata. Intanto, dal punto di vista economico Salerno diventava terra di conquista. In tutti i settori: non ultimo quello calcistico. Non è stato assolutamente un caso che degli ultimi cinque presidenti della Salernitana, uno sia arrivato da Castel San Giorgio, due da San Giuseppe Vesuviano (Napoli), uno da Vallo della Lucania e l’ultimo addirittura dalla Capitale. Eppure, durante tutto il ventennio non ci si è fatti scrupolo di utilizzare la squadra di calcio come forte elemento identitario, nella infinita polemica contro il cosiddetto “napolicentrismo” che, talvolta radicalizzandosi in maniera becera e sguaiata, ha dato vita ad un arrocco municipalistico fuori dal tempo e dalla Storia. Da spettatrice inoffensiva e testimone muta la borghesia ha vissuto anche il compiersi del destino della più importante industria salernitana, finita pur essa in mani “estranee” alla tradizione cittadina. Non un rilievo critico è venuto da chi avrebbe dovuto denunciare la spoliazione. Solo sbadigli e noia. Rinchiusa nei suoi polverosi circoli dalle bacheche inutilmente rirgurgitanti di coppe e trofei, la classe che più di ogni altra avrebbe dovuto innalzare un argine robusto alla grande degenerazione di questi anni, ha preferito la diplomazia del burraco all’impegno civile. Ora che il sistema comincia a scricchiolare, un fremito corre lungo i tavoli intorno ai quali si sistema per giocare a carte. Ma è un sussulto vano, tra una mano e l’altra. Domani, come diceva Rossella, è un altro giorno.

MASSIMILIANO AMATO

salerno

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Start here

Archivi

Commenti recenti

Pietro Ciavarella su Chi sono
Giuseppe Cacciatore su Quando muore un filosofo
Giuseppe D'Antonio su IL PD E LA LOGICA SCRITERIATA…
Giuseppe Cacciatore su Il riformismo, la sinistra e i…
Massimiliano Amato su Il riformismo, la sinistra e i…
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: