L’autunno del patriarca

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30 luglio 2014 di Massimiliano Amato

Potrebbe essere ancora molto lungo. E travagliato. L’autunno del patriarca, del quale ieri sera è andata in scena una rappresentazione sintesi di un’epoca e al tempo stesso concitata coazione a ripetere, promette di infliggere ulteriori stress ai salernitani. Gigantismo, fuga dalla realtà, trombonismo gridato da piazzista nell’odierna declinazione (quella berlusconiana) e profonde fratture di senso: sempre, nel momento del massimo declino, i regimi abbinano – per legittima difesa – la retorica delle parole, da sole non più sufficienti a rallentarne la caduta, a quella dei segni e dei simboli. Dei gesti dimostrativi. E’ una dinamica elementare nella sua irritante banalità; su Salerno e la sua storia recente cala, a mo’ di sigillo definitivo, un sudario di cemento perché con quella materia è stato costruito l’incubo dentro il quale ora il patriarca si dibatte ululante, sudato, gesticolante. Qualcuno riaccenda la luce, gli porga un bicchier d’acqua, lo prenda sottobraccio e gli sussurri – ma piano però, senza scossoni – che non si può trasformare un organismo complesso come una città in un eterno rendering. E che il giorno successivo alla notte della ragione è solitamente il più bello e luminoso. Dopo, ci sarà un tempo per gli addebiti e uno per il perdono (forse). I primi partono proprio dalla lugubre adunata di Portanova. Lugubre, perché cimiteriale nei toni e nella sostanza: lungo e noioso epitaffio di una stagione, elogio funebre in cui del morto non si può che dir bene. Con un di più di carognesco che non va sottovalutato. Nell’era della comunicazione 2.0 e dei social, che il regime lo hanno già spolpato, portandone alla luce l’essenza caricaturale e grottesca (la tecnologia può trasformarsi nella più avanzata ed efficace forma di resistenza, politica e umana) la cerimonia del plastico, preceduta dall’interminabile rosario delle “realizzazioni”, cerca surrettiziamente di riportare indietro le lancette del tempo. Storico e anagrafico. Evidente il tentativo di associare l’uditorio alle proprie regressioni infantili: di fatto essa si auto giustifica solo come illusorio rituale terapeutico. Buono a tenere a distanza la realtà che, come sempre, non ha proprio lo stesso colore dei sogni: soprattutto ora che i lupi cattivi usciti dalle tane del Palazzo di Giustizia, a branchi, cercano di azzannare tutto ciò che si muove intorno alla privatissima (e contestatissima) mezza luna catalana e alle sue pertinenze “pubbliche”. Tuttavia, su questa bizzarra sospensione spazio – temporale che ha impiegato poco a diventare addirittura stolida presunzione d’impunità, si costruisce il tramonto di un’epoca, il pas d’adieu. E come da copione consolidato, l’ultimo atto, il 25 luglio del ventennio salernitano, racchiude in sé tutti gli splendori e le miserie del passato recente e di quello più remoto. La difesa appassionata di una “visione” che ha ben presto deviato dalla strada maestra (il Prg di Bohigas, per esempio) per imboccare scorciatoie oscure in cui interessi pubblici e privati si sono dati inconfessabili appuntamenti al buio. L’elevazione dell’architettura “a macchia di leopardo” e dell’urbanistica calata dall’alto a unici parametri di buon governo, come se il nostro ultimo desiderio come salernitani sia stato, in tutti questi anni, quello di vivere e morire (si spera il più tardi possibile) circondati da cubature di cemento dislocate più o meno in un certo modo, purché rigorosamente griffate, e non importa se da disoccupati o con un buon lavoro, se felici o depressi per la qualità della vita che ci veniva offerta. L’immagine – surreale in tempi di fortissima stagnazione economica – della Ferrari sulla nuova piazza della Libertà. Il tema, ossessivo, della “trasformazione urbana” agitato come unica leva di promozione civile, culturale, economica. E tutt’intorno, una città intollerante sui più elementari principi della convivenza, una comunità artistica e culturale mortificata da una programmazione oscillante tra ingiustificate pretese di grandeur e assistenzialismo amicale, familistico e amorale, un’economia tardo sovietica che adesso perde vistosamente colpi e, attraverso le famigerate “miste”, trasforma i cittadini in mucche da mungere allo scopo di puntellare bilanci dissestati. Su tutto, l’ultimo stadio della deriva individualista di una borghesia storicamente amorfa, provincialissima, gretta e parassita, mossa esclusivamente da miserabili calcoli di convenienza: ha contribuito alla costruzione del regime con il suo pressappochismo culturale e un’afasia intellettuale che non trova riscontri nemmeno nel Mezzogiorno più profondo e arretrato. Fino a rappresentare la ciliegina sulla torta del ventennio che si chiude simbolicamente con la parata di Portanova. Certo, l’affannato autunno del patriarca regalerà ancora qualche scossa. Ma è chiaro che, come colonna sonora, avrà solo i pietosi rantoli di un regime ormai in avanzato stato di decomposizione.

MASSIMILIANO AMATO

plastico crescent

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