I due populismi

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23 luglio 2014 di Massimiliano Amato

Sia detto non solo provocatoriamente: la designazione ufficiale di Stefano Caldoro (nella foto) a candidato del centrodestra alle prossime Regionali priva l’altro campo – il centrosinistra – di un’eccellente opzione, radicalmente alternativa a quelle già in campo. No, non era uno shakespeariano sogno (o incubo, a seconda dei punti di vista) di una notte di mezza estate, e nemmeno l’effetto di un colpo di sole. Piuttosto, la conclusione di un ragionamento che teneva insieme la biografia politica e personale del presidente, la particolare collocazione ch’egli è andato assumendo all’interno del centrodestra campano e nazionale e, in ultimo, la situazione venutasi a determinare nel Pd, peraltro molto prossima al caos prodottosi cinque anni fa a ridosso della scadenza elettorale. Partiamo dal primo fattore. Com’è universalmente noto, Stefano Caldoro discende da nobilissimi lombi socialisti e, a differenza della stragrande maggioranza dei suoi compagni che nel 1994 preferirono Berlusconi a Occhetto, ha sempre messo una cura particolare nel cercare di non tagliarsi mai completamente i ponti alle spalle. Non è un mistero, d’altronde, che il suo consigliere numero uno sia il padre, Tonino Caldoro, già segretario generale aggiunto della Cgil, ex sottosegretario, punta di diamante per decenni degli autonomisti nenniani di Napoli e della Campania. Sono altrettanto conosciuti i rapporti molto cordiali, generati probabilmente da una non taciuta sintonia politica, che i due, padre e figlio, hanno con il Capo dello Stato. Certo, per taluni ciò è un limite. Ma in una fase, come quella che stiamo attraversando, di estremo disorientamento e confusione, un collegamento diretto e non mediato con il Colle più alto della Repubblica può rappresentare, per il vertice di un’istituzione locale come una Regione di 6 milioni di abitanti, un atout di non disprezzabile valore.

La stima di Napolitano, d’altro canto, il governatore campano deve essersela guadagnata a prescindere dalle antiche solidarietà che, in un’altra epoca storica, si stabilirono tra l’ala migliorista del Pci (di cui l’attuale inquilino del Quirinale è stato uno degli esponenti più autorevoli e rappresentativi) e pezzi importanti del mondo socialista. Ad avvicinare ulteriormente i due deve essere stata sicuramente anche la particolare posizione che Caldoro è andato progressivamente ad occupare nel centrodestra della Campania durante i lunghissimi mesi dell’emergenza morale, scandita dagli innumerevoli scandali giudiziari che hanno travolto buona parte della classe dirigente Pdl. In primis, il “caso” dell’ex sottosegretario all’Economia e coordinatore regionale Nicola Cosentino. Trascurando l’ovvio risentimento per “fatto personale” (il falso dossier preparato tra Casal di Principe e Pontecagnano allo scopo di affossarne la candidatura), Caldoro (ora si può dirlo) ha avuto l’indiscutibile merito di aver – al netto di qualche parziale cedimento: vedi la nomina di Vetrella ad assessore – arginato il dilagare del cosentinismo, nella sua accezione esclusiva di opaca pratica del potere. E di averlo fatto ancor prima che l’ex numero uno dei berluscones di Campania finisse in carcere per i suoi presunti rapporti con i clan casalesi. Quando, cioè, per tutto il resto del centrodestra campano Nic ‘o ‘mericano era solo un perseguitato, preso di mira dalla magistratura per aver espugnato le casematte “rosse” del potere regionale. Senza spostarsi mai nemmeno di un millimetro dal suo granitico garantismo, il governatore ha silenziosamente costruito una sorta di “cordone sanitario” intorno alla propria squadra di governo e alla maggioranza che lo sosteneva, emarginando tutti gli uomini dell’ex coordinatore. I quali, sotto la regia del senatore Enzo D’Anna, avevano deciso di fargliela pagare, costituendo il gruppo (poi disciolto) di “Forza Campania”, articolazione locale dei Gal.

La collocazione assunta fa di Caldoro un “anomalo” all’interno del centrodestra, locale e nazionale: non fosse altro perché il governatore campano è stato tra i pochi ad uscire quasi completamente indenne dalla crisi che ha devastato il suo campo. E se, oltre all’efficienza e alla capacità amministrativa, la sfida più importante per la prossima amministrazione regionale sarà la “bonifica”, più o meno definitiva, della politica da ogni forma di incrostazione affaristica e criminale (sfida che il Pd renziano non può permettersi di ignorare, né di sottovalutare), Caldoro ha fin d’ora molti più titoli per affrontarla di quanti, all’interno del maggiore partito del centrosinistra, hanno già avviato trattative con i cosentiniani nel segno di alleanze “spurie” che profumano tanto di “pactum sceleris”.

Siamo al terzo punto: il caos (organizzato) nel Pd. In campo c’è una candidatura che, in qualsiasi contesto logico e razionale, non verrebbe presa in considerazione, né come ipotesi transitoria (e infatti la Boschi sembra averla messa in stand by), né come ipotesi limite, e nemmeno per le Primarie (se ci saranno). Chi l’ha avanzata, infatti, dopo aver perso la corsa per Santa Lucia, nel 2010, abbandonò precipitosamente il consiglio regionale. Questa diserzione è costata al Pd cinque anni di faticosissima traversata del deserto, accentuando la crisi del partito. Ora l’elevata pericolosità di questa ri-discesa in campo è legata ad un aspetto che rischia di diventare “strutturale”, e quindi dirompente, nella politica campana. Essa, infatti, si accompagna esplicitamente al tentativo – reso pubblico qualche sera fa in Cilento – di saldare i due populismi municipali che occupano la scena pubblica della regione: quello salernitano, ormai ventennale, e quello napoletano, più recente. Nulla accade per caso, e la “proposta oscena” è figlia dei tempi. Intercetta, infatti, la sotterranea vena indebitamente spacciata per riformista, in realtà intrisa di vuota demagogia e plebiscitarismo a buon mercato, che percorre la base di quello che viene chiamato ormai Pdr, ossia Partito democratico di Renzi. Una scorciatoia dall’alto potere seduttivo. E’ immaginabile che contro di essa, in nome della politica, il gruppo dei cosiddetti”renziani storici” sacrifichi uno o più kamikaze. Con la naturale conseguenza che si determinerà il medesimo epilogo di 5 anni fa. Per evitare questo esito, che espone la coalizione di centrosinistra al rischio concreto di un’altra debacle, Caldoro avrebbe potuto rappresentare una magnifica variabile a sorpresa, in grado di sminare preventivamente il campo. Ma il Pd e il centrosinistra, già ora al bivio tra avventurismo e progetto, sono stati inopinatamente (ma mica poi tanto) anticipati. E il centrodestra parte già in vantaggio.

MASSIMILIANO AMATO

caldoro

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