Una città sempre più povera

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9 luglio 2014 di Massimiliano Amato

Talvolta viene (provocatoriamente) da pensare che Salerno avrebbe potuto raggiungere suppergiù gli stessi risultati che la bolsa propaganda di regime si ostina a contrabbandare per mirabilie se, dal 1993 a oggi, il suo Municipio fosse stato retto da un giardiniere appena discreto. O un attento idraulico. O da un competente elettricista. Oppure ancora un capomastro (si spera solo più coscienzioso). O, infine, da un solerte capostazione: e la metafora ferroviaria è tutt’altro che casuale, perché fa venire in mente un’irresistibile battuta di Massimo Troisi. Così non è stato, però (e ci mancherebbe). Certo, i tentativi che il demiurgo solitario ha compiuto per trasformarsi nelle figure elencate prima sono stati innumerevoli, ancorché legati alle stagioni: c’è stata quella delle fontane, quella dell’arredo urbano, quella (trionfante) del luna park natalizio, quella della metropolitana. Unica costante, comune a tutte le epoche: l’immane colata di cemento (in opere pubbliche, ma ancor più private) abbattutasi sulla città. Ora, tenendo da parte l’aumento esponenziale delle volumetrie e l’indice elevatissimo di consumo di suolo: due cose, sostengono gli esperti, che anziché creare ricchezza stanno generando profonde diseconomie, sarebbe l’ora che qualcuno, magari un economista, ci illustri l’andamento del pil cittadino nel ventennio in relazione alle fontane, al luna park, alla metropolitana, all’arredo urbano e alle decine di incompiute. La risposta è facile: andamento piatto, quando non in picchiata. Ancora: quanta occupazione “aggiuntiva” hanno creato queste attività, di fatto le uniche che l’Amministrazione comunale è stata capace di mettere in campo e promuovere? Anche in questo caso la risposta è semplice: zero carbonella. E questa risposta preoccupa ancor di più oggi, alla luce dell’ultima, drammatica, ondata di licenziamenti che rende più fosco il quadro macroeconomico cittadino.

Dalle nebbie di una situazione che ricorda molto da vicino certe realtà del socialismo reale, sembra emergere che la prima azienda per numero di addetti resti il Comune. Con le sue miste, le partecipate, le cooperative sociali che lavorano per le miste e le municipalizzate. Ciò ha garantito una duratura pace sociale e l’affinamento progressivo di un efficientissimo sistema clientelare che ha caratteristiche profondamente diverse da quello costruito dal dopoguerra in poi dai partiti di governo. In quel caso, infatti, il carico clientelare era “spalmato” sull’ambito, vastissimo, del pubblico impiego statale e parastatale, solo in parte legato al Municipio. A sostenerne i costi, di fatto, era l’intera comunità nazionale. Ne conseguiva una dinamica economica che, nei lunghi decenni della “cetomedizzazione di massa”, si reggeva su una sostenuta domanda di beni e servizi, con un rapporto redditi-consumi sostanzialmente equilibrato. In quegli anni era lo sviluppo industriale a garantire quell’occupazione “aggiuntiva” che oggi manca del tutto, a parte qualche sperduta (e poco rilevante ai fini statistici) “isola felice” nel campo dei beni immateriali (il digitale, la comunicazione, e così via). Oggi Salerno è stretta tra l’ipertrofia dell’azienda-Comune, che molti osservatori danno per vicinissimo al dissesto finanziario (con tutto quello che potrebbe conseguirne in termini sociali), e la tragica illusione dello sviluppo legato al ciclo del cemento. Una scelta sciagurata che rischia di impoverire, più ancora della precarietà lavorativa e dell’incertezza pensionistica, le nuove generazioni, le quali tra un po’ cominceranno ad ereditare immobili destinati a perdere progressivamente valore, fino a scivolare fuori dal mercato.

Le drammatiche evidenze dell’economia “reale” (qui si tralasciano le tante crisi industriali conclusesi con dolorosissime dismissioni, compresa quella del Pastificio Amato, nella foto, inquietante paradigma della commistione tra politica, affari, finanza ed economia, uno dei tratti caratterizzanti della cosiddetta Seconda Repubblica o, se preferite, della democrazia all’epoca dei cacicchi nati con l’elezione diretta) rendono ancora più triste il crepuscolo di una stagione di governo che ha proiettato all’esterno l’immagine – assolutamente falsa – di  una città simile ad un alveare. Popolato di api operose e governato da una saggia ape regina capace di fare il giardiniere, il capomastro, l’idraulico, l’elettricista e perfino il capostazione: un quadretto idilliaco che la resa dei conti con la realtà si sta preoccupando di fare a brandelli.

MASSIMILIANO AMATO

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