Gramsci a Palazzo Reale

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2 luglio 2014 di Massimiliano Amato

Raccontano i beneinformati che, alla grand soirée di Marinella, il sindaco di Salerno abbia resistito non più di mezz’ora e sia andato via prima dell’inizio della cena di gala. Pare anche che il governatore della Campania sia stato tra i mattatori della serata, la qual cosa indurrebbe a concludere che la partita per la presidenza della Regione abbia già un favorito, e cioè l’uscente.  Ma si tratta di previsione e, come tale, è scritta sull’acqua. Più interessante, forse, è cercare di analizzare i motivi della “fuga” prematura da Palazzo Reale, che i detrattori ascriveranno allo scarso (o nullo) appeal che l’aspirante alla candidatura per il centrosinistra esercita su Napoli e i napoletani. Sembra di sentirli: è andato via quando ha capito che non se lo sarebbe filato nessuno, nemmeno di striscio. L’uomo, però, merita un’altra possibilità. Non foss’altro per il suo passato e per qualche (buona) lettura che pure gli va riconosciuta, e che senz’altro di tanto in tanto deve tornare confusamente a galla. Facendosi largo con molta fatica nel perenne delirio di onnipotenza che tutto ottunde. In quella sdegnata alzata di tacchi, allora, si può ravvisare l’eco lontana degli anatemi che Gaetano Salvemini scagliava contro la borghesia napoletana, rimasta tragicamente identica a se stessa nell’ultimo secolo e mezzo. Un mondo finto, di cartapesta, di “piccoli proprietari” che, nel caso specifico, immagina (o s’illude) di eguagliare i modi e il gusto europei annodandosi le cravatte di seta in vendita nel negozio – monumento di piazza Vittoria. Di fronte ad una stanca e fin troppo convenzionale manifestazione di metafisica vacuità, al nostro sarà risalita dai precordi, accompagnata da un inaspettato sussulto, la “diversità” ontologica dell’antico militante e poi dirigente comunista meridionale. Messa così, la cosa lo distinguerebbe non poco dal sempiterno rivale partenopeo, che proprio in quegli ambienti avrebbe cercato – secondo la teoria esposta dal palco di una celebre festa de l’Unità ad Agropoli, non molti anni fa – di dilavare la scorza “cafona” (sic) ereditata come una condanna dalle (disgraziate) origini afragolesi. Fatta la tara alle offese personali e alle contumelie sanguinose, una tesi non del tutto peregrina, essendosi quella leadership caratterizzata, finché è durata, per un costante sforzo di “omologazione” (debitamente teorizzato da qualche stravagante epigono tardo novecentesco dell’intellettuale organico) con ceti e segmenti della società napoletana da sempre antropologicamente confliggenti con quella “diversità”. Se la politica è anche “sentire”, dunque, il gran “dietro front” di Palazzo Reale ha una plausibilità agevolmente tracciabile, ancorché non scontata, né banale. Se non che, nella declinazione che è nettamente prevalsa durante tutto il ventennio salernitano la politica, sotto la coltre dell’autoritarismo da operetta, è stata soprattutto “mediazione”. In tutti i sensi: lo stiamo scoprendo quotidianamente. Ciò rende molto meno nobile l’abbandono dei festeggiamenti per il centenario della maison di cravatte più famosa d’Italia, e il rischio che si corre è quello di dover dare ragione ai detrattori di cui sopra. Perché, pur senza raggiungere gli eccessi (rivelatisi a lungo andare devastanti) della “variante napoletana”, il sistema salernitano si è caratterizzato fin dalle origini per una conclamata vocazione (“Arricchitevi”: e che non fosse l’incoraggiamento che il ministro delle Finanze Francois Guizot rivolse ai Francesi nel 1840, sono dovuti passare un bel po’ di anni per accorgercene) alla compenetrazione (eufemismo) tra ambienti tra loro “altri” e differenti. Tutto lecito, per carità. Solo che le premesse erano altre. Tanto per essere chiari: la famosa “guerra” dichiarata alle Grandi Famiglie cittadine (in prevalenza raccolte intorno alla rendita fondiaria) nel corso della prima, vittoriosa, campagna elettorale del 1993, ha conosciuto, rimanendo nella metafora bellica, immediate tregue e subitanei armistizi, per chiudersi (già molti anni fa) con una duratura pace. Soddisfacente per tutti. Senza questo retroterra, tuttora poco conosciuto a Napoli e nel resto della regione, quello di venerdì sera sarebbe un beau geste o, meglio ancora, un esemplare annuncio di cambiamento: di stile, di metodo, di cultura. Una “sveglia” per la Campania, terra di ossimori da più di due secoli (1799) costretta a fare i conti con la mollezza rapace della sua sedicente borghesia, a proprio agio nella palude da lei stessa creata. Rischia di non essere così perché con la morte della politica, il segno prevalente rimane il sovversivismo, alla prova dei fatti conformista, rituale e talvolta addirittura di natura pattizia, delle classi dirigenti. Un fenomeno individuato e studiato da Antonio Gramsci tanti anni fa. Ma manca la prova che, a Palazzo Reale, abbia fatto capolino proprio lui.

MASSIMILIANO AMATO

marinella palazzo reale

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