Il lavacro di Scampia

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28 giugno 2014 di Massimiliano Amato

Antonella Leardi. Se la dignità era in cerca di un volto, di un nome, di una storia esemplare, di un segno capace di rimanere indelebilmente impresso nelle nostre povere coscienze, li ha trovati nei lineamenti minuti e nello sguardo fiero, figlio di una volontà di ferro, di questa mamma di Scampia che da più di 50 giorni commuove l’Italia. Intorno al suo calvario vissuto con un’energia che forza la gabbia dell’umano e del dolore, e sembra annullare ogni distanza tra la terra e il cielo, si può riammagliare la trama, sconnessa, di una società allo sbando, che nel calcio ha individuato uno dei canali di sfogo della sua sporca deriva belluina. C’erano più di ventimila persone, ieri pomeriggio, sulla spianata di Scampia dalla quale Giovanni Paolo II esortava i napoletani a rimettersi in piedi e a riprendere in mano il proprio destino. Una folla enorme, a cui la signora Antonella si è generosamente offerta come unica sintesi possibile. E i funerali di Ciro Esposito, il giovane tifoso del Napoli ucciso la notte della finale di Coppa Italia con un colpo di pistola “esploso ad altezza d’uomo”, come certifica l’autopsia, sono diventati il lavacro che il quartiere della periferia nord di Napoli, e uno sport che ha svenduto la propria anima, consegnandola ai mercanti di diritti televisivi, a dirigenti arroganti e a sponsor famelici, attendevano per motivi uguali e diversi. Scampia è riuscita per un pomeriggio ad avere ragione delle rappresentazioni pulp, caricaturali, che la sfregiano, trasformandola ciclicamente nella discarica in cui il Paese va a smaltire la propria coscienza sporca. Il calcio si è appropriato di uno spazio rinnovato, ma quel che conta assolutamente inedito, di narrazione pubblica. In cui la metastasi dell’esasperazione delle differenze, che ha ucciso Ciro (e tutti gli altri morti da stadio) prima ancora che “Gastone” premesse il grilletto quella maledetta sera di inizio maggio, ha lasciato il posto alla riflessione composta sull’esigenza di fermarsi, prima che tutto precipiti irrimediabilmente. Questo baraccone impazzito – che ieri era rappresentato non solo dai dirigenti dei club e delle massime istituzioni sportive, ma soprattutto da quella ondeggiante “massa di manovra” costituita dagli ultrà – ha di colpo preso coscienza che sta, in ogni sua componente, pericolosamente ballando sul bordo di un profondissimo precipizio. Sono state le parole della signora Antonella, non quelle del presidente del Coni Malagò, né di Aurelio De Laurentiis, e nemmeno quelle del sindaco de Magistris, a consentire che si realizzasse questo doppio miracolo laico: la restituzione della dignità scippata al quartiere di Gomorra, la materializzazione di un’altra e diversa grammatica dei comportamenti e dei sentimenti per il pallone e i suoi storti protagonisti. Sulla spianata di Scampia invasa dai cori gospel degli evangelici e dalle note melanconiche dei neomelodici, davanti al feretro ricoperto di fiori e di sciarpe di diversi colori sportivi una volta tanto simboli di solidarietà, affetto e vicinanza e non di guerra, il calcio italiano potrebbe aver ritrovato la forza di risollevarsi dai suoi fallimenti epocali. Tutti simbolicamente concentrati nei 53 giorni che sono trascorsi da quel colpo di pistola esploso a Tor di Quinto e l’ultimo sorriso che Ciro ha fatto alla signora Antonella in una stanzetta della Rianimazione di un grande ospedale romano. Se dal prossimo anno il pallone sarà un po’ meno tondo e un po’ più quadrato, ricordatevi di questa mamma di Scampia, Napoli, Italia.

MASSIMILIANO AMATO

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One thought on “Il lavacro di Scampia

  1. lucia ha detto:

    Caro Massimiliano, so che sei bravo a scrivere però articolo non lo hai scritto al computer tanto per riempire una cartella, ma lo hai digitato coinvolgendo i tuoi sentimenti. Complimenti. Ciao Lucia.

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