Salerno, la primavera della partecipazione

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4 giugno 2014 di Massimiliano Amato

Due settimane fa, alla Biblioteca provinciale, il Forum della Cultura di Salerno, organismo formatosi su base volontaristica e comprendente giornalisti, scrittori, intellettuali, artisti, gente di teatro e di spettacolo, ha licenziato il “Piano regolatore generale della Cultura”. Domenica prossima, nella parrocchia del Volto Santo a Pastena, s’insedierà il Presidio cittadino di Libera dedicato alla memoria di Filomena Morlando, vittima innocente della camorra, e don Luigi Ciotti, il coraggioso sacerdote fondatore del Gruppo Abele e della più strutturata e diffusa associazione antimafia italiana, benedirà il “Patto per la legalità della città di Salerno”. A metà mese, infine, urbanisti ed economisti di livello nazionale, tecnici e i rappresentanti di una ventina tra comitati, movimenti e associazioni, non solo ambientaliste, su iniziativa dell’associazione Laboratorio 20 che raccoglie la cosiddetta sinistra diffusa, si daranno convegno al Museo Diocesano per varare un documento ambizioso fin dal titolo: “Stop al consumo di suolo, diamo respiro alla città, un nuovo Puc per Salerno”. Carta canta e villan dorme, insomma. Su cultura, legalità e urbanistica, tre pilastri su cui si può ragionevolmente costruire un modello di corretta amministrazione di una comunità, una parte rilevante dell’associazionismo civico dribbla con abilità la tentazione del massimalismo protestatario e parolaio passando ai fatti. All’elaborazione. Prima riflessione: è un importante segnale di maturità democratica. Un pezzo di città prende atto che la politica, quella dei partiti, ridotti ad una cosa a metà strada tra il comitato elettorale e il feudo di famiglia, ha esaurito la propria capacità di immaginazione e programmazione, completamente assoggettata all’illusoria prospettiva della retorica del fare, alle ipocrite finzioni del potere, alla propaganda. Dopo la ventennale orgia di celebrazioni solipsistiche in cui il mito del decisore unico ha occupato ogni centimetro quadrato della scena oscurando tutto il resto, pareva praticamente impossibile che a Salerno potesse ricostituirsi un nucleo primigenio di opinione pubblica responsabile. La notte della società civile è durata effettivamente un po’ troppo (sempre ammesso che si possa affermare che volge al termine), e perfino i più ottimisti cominciavano a scoraggiarsi. Anche perché i focolai di opposizione divampati nel frattempo, piccoli o grandi che siano stati, non sempre hanno saputo schivare l’insidia dell’autoreferenzialità, talvolta intrisa di ilare e compiaciuta goliardia. E quasi mai hanno dato l’impressione di poter rappresentare, o almeno prefigurare, una seria alternativa all’esistente. Si è avuta anzi la sensazione che sul piano politico il “tifo” sfegatato per il ricorso, parossistico, al contenzioso giudiziario assurto a unico strumento di lotta, abbia instaurato una perversa dinamica di legittimazione reciproca tra i “resistenti” e il loro (unico) avversario. La seconda riflessione porta con sé qualche domanda. Se ciò che distingue i nuovi “fermenti”da quelli meno recenti  è la capacità di immaginare un’altra Salerno, lo sforzo insomma di pensare una città diversa e alternativa a quella che  esce (con le ossa ammaccatissime) dal ventennio, come va utilizzato – anche dal punto di vista organizzativo – il patrimonio di idee che si va formando? E’ giusto che i promotori delle varie iniziative, i comitati, i movimenti, le associazioni, immaginino uno sbocco “politico”, magari unitario? I pericoli da evitare oltre a quello, ovvio, della derubricazione a testimonianze tout court sono parecchi. Alcuni molto subdoli: la convinzione dell’autosufficienza, la tentazione di rinunciare al valore della discontinuità per stabilire illusorie interlocuzioni privilegiate con gli attuali decisori e, infine, la seduzione dell’antipolitica. Quella, per intenderci, che ha fatto finire, nel 2011, Napoli dalla padella dei vecchi assetti di potere nella brace (populista) del sindaco con la bandana. Di tutto Salerno ha bisogno meno che di altri Masanielli. Ma di questo, a leggere le cose che scrivono, i protagonisti della nuova fase della vita pubblica cittadina appaiono più che consapevoli. Dopo il lungo e freddissimo inverno della partecipazione, la questione degli approdi è fondamentale per questa primavera di rinnovato protagonismo civico.

MASSIMILIANO AMATO

salerno6

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