In morte di Vignelli, maestro e galantuomo

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28 maggio 2014 di Massimiliano Amato

Chissà se all’invito a scrivergli, rivolto on line qualche mese fa a chiunque si sentisse influenzato dal suo lavoro, ha aderito, tra i tanti, anche qualche suo “discepolo” salernitano. Se è accaduto, a Massimo Vignelli, morto ieri a 83 anni nella sua abitazione – studio di New York, sarà scappato il sorriso amaro dei vegliardi che si voltano indietro e scoprono, nel passato, esperienze ed episodi di cui avrebbero fatto volentieri a meno. Il papà della “S” con cui si è cercato di connotare la nuova identità cittadina è stato uno dei più grandi designer vissuti a cavallo tra i due secoli della creatività, ma a Salerno gli è stato riservato – da tutti, nessuno escluso – lo stesso trattamento che viene solitamente usato per i ciarlatani. Non ha avuto rispetto per la sua storia e la sua brillante biografia artistica chi l’ha ingaggiato in una logica di pura propaganda; meno ancora lo ha onorato chi ha montato l’infinita polemica sul suo compenso. Abbiamo preso in ostaggio un mostro sacro della creatività e lo abbiamo scaraventato, suo malgrado, in una sguaiata rissa tra comari. Ora che nel microscopico cortile in cui ci muoviamo la polvere si è finalmente posata, appare chiaro come la cifra saliente di quella imbarazzante vicenda sia stato il perdurante, inattaccabile provincialismo che da qualche decennio occupa buona parte dello spazio pubblico cittadino. Con le avanguardie artistiche e culturali che spontaneamente germogliano sul territorio brutalmente confinate in una sorta di inaccessibile (e invisibile) riserva indiana. Provinciale è stata infatti la richiesta di elaborare un logo di cui nessuno – in primis gli operatori turistici del territorio, sulla carta beneficiari dell’iniziativa – avvertiva il bisogno. Provinciale la diatriba che ne è seguita. Vignelli è rimasto in mezzo, probabilmente chiedendosi spesso in cuor suo per quale maledetto motivo avesse accettato l’incarico. La stessa cosa dev’essere successa ad un altro mostro sacro, Frank Ghery, archistar di livello mondiale, che un bel giorno, nella sua abitazione affacciata sulla baia di Los Angeles, si sentì rivolgere l’invito a disegnare nientemeno che l’involucro esterno di un bruciatore di rifiuti (!). La vicenda della “S” di Vignelli è entrata quindi nel nutrito novero delle tante metafore perfette che spiegano più di molti atti e documenti ufficiali la storia recente di Salerno.  Di una città, cioè, abituata ad assistere a continue, faticose torsioni del senso comune, subìte in nome di un’aspirazione alla “grandeur” cui, purtroppo, non corrisponde quasi niente in termini di crescita economica e occupazionale da un lato, culturale e civile dall’altro. Non è questa la sede per riaprire la polemica sulle stelle dell’architettura ingaggiate per opere inaugurate da anni e non ancora completate. Ma il meccanismo che ha stritolato la “S” e, di riflesso, il grande Vignelli, ha a che fare solo ed esclusivamente con l’uso assolutamente perverso che negli ultimi anni si è fatto della comunicazione pubblica. Chissà se prima di addormentarsi per sempre il maestro, il designer di fiducia di American Airlines, Ford e Benetton, l’uomo a cui nei primi anni Settanta venne commissionata la grafica della metro di New York, ci ha perdonati. Gli saremo debitori in eterno:  non per la “S”, ma per aver proditoriamente macchiato un pezzettino della sua straordinaria (e strameritata) reputazione. Gli sia lieve la terra.

MASSIMILIANO AMATO

Massimo+Vignelli-IMG_0958-Amal+Chen

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