Il ciclone Renzi travolge i capibastone

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27 maggio 2014 di Massimiliano Amato

Da domenica notte nulla più è come prima. Se lo stupefacente dato nazionale – paragonabile solo a quello riportato dalla Dc il 18 aprile 1948 e il 25 maggio 1958 – stabilizza il quadro politico italiano intorno ad un soggetto, il Pd, che a otto anni dalla fondazione centra l’obiettivo dell’autosufficienza (si votasse domani con l’Italicum, con queste percentuali governerebbe da solo), quello campano segnala un’interessante dinamica di riallineamento in un duplice senso. Il partito nazionale, che con questo risultato dimostra di non avere un leader ma un padrone, si riallinea, facendo esplodere una gigantesca contraddizione perché in pratica lo espugna, al partito locale. Quest’ultimo, a sua volta, si mette alle spalle il deludentissimo risultato del 2013 (quando il crollo campano, in uno con quello registrato nelle altre regioni meridionali, determinò la sconfitta di Bersani), fondamentalmente riallineandosi, pur con qualche persistente difficoltà, al dato degli altri territori.  L’accantonamento, separato, di queste due “distonie” è il prodotto più originale del renzismo. In entrambi i processi c’è infatti la mano del premier. Troppo semplice individuarla nel primo caso. Per illustrare il secondo, facciamo parlare i dati disaggregati. Il Pd torna sopra il 30% in tutte e cinque le province campane: si va dal 37,3% di quella napoletana al 32% di Terra di Lavoro, passando attraverso il 37,2% dell’Irpinia, il 36,4% del Salernitano, il 34,7% del Sannio.  Inutile scendere nelle performance locali, cittadine: sterili esibizioni muscolari fini a se stesse. Tutti parleranno del dato di Salerno (45,90%), ignorando, per esempio, che ad Agropoli si è andati oltre il 46%. E in piccoli centri come Bracigliano e Cuccaro Vetere, tanto per fare altri due nomi, si è abbondantemente valicato il muro del 50%. Non dovremo attendere a lungo per scoprire se, e in che misura, queste coriacee aporie (i capetti locali in rapporto di competizione/collaborazione con il comandante in capo) rappresenteranno obiettivi elementi di debolezza per il Pd. Per ora basta prendere atto che lo schema in vigore fino alle Politiche dell’anno scorso – leader democratici, anche troppo, al centro e capibastone arroganti e autoreferenziali in periferia – è quanto meno messo in discussione dallo straripamento di Renzi, padrone assoluto della scena politica nazionale e del partito in virtù di una straordinaria spendibilità mediatica e comunicazionale. Insomma, se prima i rapporti di forza apparivano sbilanciati, a tutto vantaggio dei cacicchi locali, adesso la situazione sembrerebbe in via di ribaltamento. O, appunto, di riallineamento. Era impensabile che un partito alle corde come quello campano, che in quest’ultimo anno ha rinunciato del tutto alla politica, in minima parte rinchiuso nelle ridotte assediate del potere locale e nei pensatoi-lavacro delle Fondazioni, per il resto impegnato solamente in piccole e grandi guerre intestine, potesse così rapidamente risalire la china con le sue sole forze. Lo straordinario risultato delle Europee, il più mediatico e virtuale degli appuntamenti elettorali nonostante il massiccio ricorso alla piazza rende insomma inevitabile, quasi automatico, il ricorso alle Primarie per individuare il nuovo candidato alla presidenza della Regione. Con buona pace di quanti, inaugurando un fitto fuoco di sbarramento, rivendicano inesistenti rendite di posizione o accampano strampalati diritti di prelazione. Ci sarà tempo da qui a maggio dell’anno prossimo, quando si voterà per Palazzo Santa Lucia, per costruire nuove leadership sulle ceneri di quelle, vere, sedicenti e presunte, appena travolte dal ciclone Renzi. E selezionare un gruppo dirigente finalmente all’altezza dell’enorme responsabilità piombata, con il voto di domenica, sulle spalle troppo gracili di un partito che, forse, si è finalmente lasciato alle spalle la fase della formazione.

MASSIMILIANO AMATO  

renzi    

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