Papaveri e papere

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21 maggio 2014 di Massimiliano Amato

Domenica mattina. C’è il sole, la gente è allegra e ben disposta, sul palco montato nel corridoio che la separa dal Teatro Verdi si allungano le ombre refigeranti dei lecci della Villa Comunale. La manifestazione è di quelle che si potrebbero definire “di stagione”: gli alunni delle elementari e delle medie (oggi primarie e secondarie) impegnati in saggi canori e strumentali, a poche settimane dalla conclusione dell’anno scolastico. Clima di spontanea affettazione e cordialità, c’è anche la rappresentante dell’amministrazione cittadina, che ha promosso l’evento in collaborazione con la direzione scolastica provinciale. I ragazzi ce la mettono tutta per non sfigurare davanti a genitori e amici, gl’insegnanti sembrano un po’ tesi e parecchio impacciati sotto le luci (si fa per dire) della ribalta. Lei è una di loro, ma non mostra alcun imbarazzo. Anzi, una volta guadagnato il proscenio, dopo aver soppesato la battuta con cui la comparsa si sente prim’attore (citazione da Eduardo), fa partire la “stecca” che ammorba l’atmosfera. Non importa come si chiama. Né dove insegna. E’ lì per presentare i suoi ragazzi che intoneranno “Papavere e papere”, il must (e la canzone politicamente più impegnata) di Nilla Pizzi (nella foto), e non si fa scappare l’occasione per sparare la battuta greve, inopportuna. Sgradevole. “Ci sono tante papere…”. Con chi ce l’ha? Con le sue colleghe? Con le mamme presenti? Boh. E’ un attimo, non se ne accorge quasi nessuno, ma è come uno sbadiglio rumoroso alla Scala durante la cavatina di Figaro nel Barbiere. E’ breve e secca come una fucilata, ma rapportata al contesto nel quale risuona, fragorosa, dà il segno (abbondante) del discreto grado di volgarità, da mercato del pesce (con tutto il rispetto…) raggiunto dal linguaggio pubblico in questa città. Dove la maleducazione, il sarcasmo offensivo, il dileggio, sembrano diventati elementi costitutivi della comunicazione. Definitivamente sdoganati da un ventennio circa di turpiloquio, insulti coloriti, motti e facezie quasi sempre parecchio sopra le righe e, molto spesso, abbondantemente al di sotto del livello della decenza. Forse, non è un caso che per il ruolo di testimonial privilegiato dell’opera più contestata della storia salernitana sia stato scelto l’inventore della rissa verbale moderna (quella che va in scena in televisione, l’arena principale per questo tipo di performance): il tonitruante critico d’arte Vittorio Sgarbi, il cui “capra – capra – capra”, rivolto a chiunque si permetta la licenza di pensarla diversamente da lui si è già guadagnato, grazie a youtube, le stimmate dell’immortalità. E, d’altronde, non è questa la città in cui lo spazio pubblico è ormai saturo dei miasmi asfissianti dell’invettiva? Gli intellettuali? Sono dei miserabili “guardamacchine”. I giornalisti? Si dividono in “sfessati”, “sfrantummati” e “sciammannati”. Ciclicamente sono accostati, tapini, ai pinguini, mansueti mammiferi polari giustamente esposti, nell’ambito del luna park natalizio, ai rigori invernali sulla scogliera del lungomare. Così imparano a ficcare il naso dove non dovrebbero. Non è andata meglio, proprio di recente, al governatore campano Stefano Caldoro, faccia, acconciatura, abbigliamento e modi da primo della classe, mai una parola (né un capello) fuori posto, invitato, con tanto di video ed eloquente gesto sottolineatorio, a farsi “un’altra risata in faccia a questa pipa” (sic). Ai rom accampati qualche anno fa nei pressi dell’Arechi, invece, il metodo che venne pubblicamente prospettato per costringerli a smammare fu quello dei “calci nei denti”. Magari dopo aver indossato scarponi chiodati, chissà. La “papera” dell’ignota insegnante, insomma, è quasi il prodotto di una lenta ma inesorabile sedimentazione culturale. Rimedi? Escludendo la gandhiana resistenza passiva, si può provare a reagire rassegnandosi a scendere di livello. Avendo però cura di non seguire mai la “controparte” nel diuturno superamento del confine del buon gusto. Oltre il quale c’è solo la cafonaggine, quella vera. Facendo potenti esercizi di ironia, possono venire in soccorso, nel caso, la classe e l’eleganza di don Ersilio Miccio, il “venditore di saggezza” de “L’Oro di Napoli”, raffinato dispensatore di consigli: “Duca Alfonso Maria Sant’Agata dei Fornari”, e tutto quello che viene dopo…

MASSIMILIANO AMATO

nilla pizzi

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