La (folle) corsa del Pd verso il big bang

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30 aprile 2014 di Massimiliano Amato

Per essere il partito che quasi tutti i sondaggi accreditano di un consistente successo il 25 maggio, il Pd campano dà tutt’altro che l’idea di un organismo in salute. A scorrere le cronache politiche, si fa molta fatica a immaginare come il pronosticato, largo, consenso elettorale potrà costituire la benzina necessaria ad alimentare il motore del “cambiamento” su un territorio in sofferenza sotto tutti gli aspetti: da quello civile e culturale a quello economico e occupazionale. Le ultime vicende che riguardano il vertice regionale, con la Tartaglione ridotta, di fatto, a inespressivo prestanome di un cartello di notabili in profondo disaccordo su tutto, e l’imposizione di una capolista alle Europee gaffeur seriale e avversata da tre quarti del partito del territorio dicono molto, anche se non tutto, di una crisi che non è più solo organizzativa, ma profondamente politica e, in senso lato, culturale. L’ormai conclamata evanescenza del “progetto” risulta più evidente in Campania per un concorso di circostanze particolari. E tuttavia anche altrove il partito – una sorta di Dc del terzo millennio – dà l’immagine di una formazione slabbrata, raccogliticcia, in cui si fa un uso spropositato del termine riformismo, per coprire con vacui esercizi declamatori (talvolta sconfinanti apertis verbis in retorica populista) un agghiacciante vuoto di proposta politica. Si potrebbe argomentare a lungo sull’indeterminatezza nella quale il “disegno” (abbastanza chiaro nelle intenzioni degli ispiratori, Romano Prodi in primis) è sprofondato, e di come Matteo Renzi da outsider si sia trasformato in estrema risorsa a disposizione per evitare il big bang. Ma gli affanni del partito – buona parte dei quali riassumibili nell’assoluta latitanza, al suo interno, del requisito minimo per una formazione politica: il senso di “comunità”, fondato sulla solidarietà piena tra tutti i membri – sono sotto gli occhi di tutti, e risulterebbe noioso risalirne il corso. Il rottamatore ha rappresentato una risposta emergenziale. E, nello stesso tempo, una scorciatoia lungo la quale il popolo democrat, pieno di cicatrici, stanco di guerre e sfibrato dalla ventennale subalternità culturale e politica al berlusconismo, si è incamminato, a braccetto con buona parte della vecchia nomenklatura locale. Convinti, il primo, di aver trovato la strada verso il sol dell’avvenire, la seconda di potersi riciclare con un’operazione gattopardesca. Al bivio tra innovazione e trasformismo, Renzi ha consapevolmente smarrito la strada. Muovendosi nella logica dell’eccezionalità, egli non si è sentito obbligato a riformulare il progetto o, quanto meno, rimodularlo. Si è limitato, sulla base di un cinico calcolo elettorale, a cristallizzare il modello della confederazione tra bande, e si è collocato al vertice della piramide, novello Re Sole, convinto di poter tenere a bada, alternando il bastone alla carota, il notabilato periferico. I baroni di un sistema feudale impastato nella malta della gestione del potere. In Campania, è stato un caminetto di signori delle tessere a determinare l’esito delle primarie regionali. Con i legati del monarca fiorentino ridotti ad una sofferente subalternità e costretti a tenere a freno pretese e ambizioni per evitare passaggi traumatici. Ma il problema della transizione dal feudalesimo dei “cacicchi” (passati e in carica) alla monarchia assoluta è destinato ad esplodere, ben oltre il patetico conciliabolo tra “ex” andato in scena qualche settimana fa al Palazzo di Città di Salerno. La struttura del Pd regionale (con quello salernitano in versione paradigma, per l’elevato tasso di sfrenato personalismo, amorale opacità clientelare e spregiudicato nepotismo) potrebbe esserne irrimediabilmente travolta. Il pulsante dell’autodistruzione già lampeggia.

MASSIMILIANO AMATO

renzi

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