Salerno, Mangiafuoco e il luna park di Natale

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18 dicembre 2013 di Massimiliano Amato

Indipendentemente dall’esito della querelle-incompatibilità, il finale di partita sembra ancora molto lontano. E indecifrabile. Se è vero, infatti, che il caso di Vincenzo De Luca s’inscrive in una tendenza generale (la liquidazione della politica nel mito del decisore unico) passibile di repentina archiviazione, è altrettanto vero che esso presenta non poche peculiarità che potrebbero allungargli la vita. Perché il personalismo che irrompe nella scena pubblica salernitana tra il ’92 e il ’94, sull’onda delle nuove regole per l’elezione dei sindaci, intercetta una pulsione sotterranea che il secondo capoluogo della Campania ha sempre avuto e continua ad avere. Un ancestrale richiamo, irresistibile, all’uomo della provvidenza. De Luca l’ha esasperato oltre ogni limite conosciuto (e rispettato) in passato. Dandogli dignità di sistema di pensiero: parliamo, tanto per essere chiari, di un dominio incontrastato su ogni settore della vita cittadina, presidiata militarmente, in una sorta di risiko che dura da vent’anni. Salerno s’è lasciata conquistare senza opporre resistenza. Non c’erano trincee né nemici da sbaragliare, ma solo uno spazio vuoto da riempire. Uno spazio privo di qualsiasi colore politico: nel Novecento Salerno è stata prima integralmente fascista e monarchica, quindi, per un lunghissimo periodo della storia repubblicana, integralmente democristiana, infine integralmente socialista. Bastava passare e cogliere l’occasione al volo.

De Luca la conosceva bene, la città assorbente, un po’ pigra e malata cronica di conformismo come tutte le medie realtà meridionali, con la quale si era scontrato nei lunghi anni in cui era stato segretario della federazione del Pci e poi del Pds. Ne conosceva la “struttura”, intesa in senso marxiano: una borghesia totalmente improduttiva, legata alla rendita fondiaria, che aveva fatto studiare i propri figli riempiendo il locale Tribunale di avvocati senza clienti, le Asl e gli ospedali di medici senza pazienti, gli studi di commercialisti senza contribuenti e così via; un mare di ceto medio, parte impiegatizio proveniente da fuori, dispensato dal maturare una coscienza del proprio ruolo, parte commerciale; una plebe urbana autoctona impegnata quotidianamente nell’arte della sopravvivenza.

A Salerno, per una trentina d’anni, ci sono stati pure gli operai; lavoravano in fabbriche atterrate come navicelle spaziali durante i democristianissimi anni d’oro dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno, e scappate via quando sono cessate le provvidenze statali.

Votavano Pci, gli operai, e, in parte, per i socialisti. Ma il Pci e i socialisti, con i secondi diventati nel frattempo forza egemone della sinistra, il Municipio lo hanno conquistato, insieme, quando già le fabbriche non c’erano più. E mentre i compagni più anziani si ritiravano a vita privata, per quelli più giovani si aprivano le porte del sottopotere comunale: le società miste di gestione dei servizi, dai bilanci opachi ma dalla straordinaria capacità di assorbimento delle tensioni sociali. E di tutti quei compagni che avevano sempre vissuto di politica.

Su questa “struttura” in cui lo spazio pubblico della discussione, amplissimo e vivace dalla metà dei Sessanta fino alla metà degli Ottanta, si è ristretto fin quasi a scomparire del tutto, De Luca si è abbattuto come un potente moltiplicatore di vizi. Pubblici, ovviamente. Ha potuto, indisturbato, disegnare il perimetro di quello che qualche osservatore particolarmente attento definisce “municipalismo amorale” perché l’opinione pubblica si è letteralmente liquefatta, caso di studio perfino nell’Italia della grande sbornia berlusconiana.

Conscio che, per conservare il potere, i voti della sinistra da soli non sarebbero mai bastati, ha vellicato gli istinti della destra cittadina, raccolta intorno alla proprietà fondiaria e immobiliare, diventandone un interlocutore affidabile. Anzi, l’unico.

Ma il suo sistema di potere poggia su un solidissimo accordo “interclassista”. Perché alla tutela degli interessi economici dominanti, riassunta dalla spregiudicata politica comunale sull’indiscriminato consumo di suolo per ogni genere d’iniziativa edificatoria, ha accoppiato fin dall’inizio una sorta di “sciovinismo municipale”.

Il gigantismo delle opere pubbliche, di cui la Piazza della Libertà, con annessa la megaspeculazione privata (su suoli non del tutto sdemanializzati) chiamata Crescent, rappresenta solo l’aspetto più appariscente, cuce le due città – quella “alta” degli affari legati al cemento e quella “bassa”, popolare, dell’orgoglio di campanile – in un unico disegno.

E pazienza se la perizia di un Ctu della Procura segnala il rischio che la piazza, “più grande del Plebiscito”, può franare a mare, tant’è vero che l’altro giorno un giudice, Vito Di Nicola, ne ha disposto il sequestro preventivo (a cui si aggiunge quello della “mezza luna” di Bofill, che sancisce il singolare primato di due megaopere “sigillate” dalla magistratura nello spazio di pochi metri quadrati). Se buona parte delle opere pubbliche (dalla cittadella giudiziaria, alla stazione marittima, al palasport) disegnate da archistar lautamente retribuite sono cantieri ultradecennali di cui non s’intravede la chiusura, o non sono mai partiti nonostante i ciclici tagli di nastro. Se, in tempi di gravissime ristrettezze finanziarie per i Comuni, sono stati spesi 85 milioni di euro per una ferrovia urbana, pomposamente chiamata metropolitana, per coprire meno di 10 km lineari. Se i piani urbanistici adottati negli ultimi anni sono stati tarati su un aumento della popolazione fino a più di 200mila abitanti, e gli ultimi due censimenti certificano che il numero dei residenti è in caduta libera da 20 anni (sono meno di 130mila adesso). Se, da una stima di un istituto di credito cittadino, allo stato ci sarebbero 20mila e più vani invenduti in tutta la città. Basta un clic, la prosopopea di un critico compiacente, e il buio è rischiarato dalle luminarie natalizie spacciate per “Luci d’artista”.

Nel grande luna park Salerno Mangiafuoco conta i pullman di visitatori con panino e frittata di maccheroni che si aggirano rapiti tra elfi e orchi, pinguini e sciantose discinte, e si frega le mani compiaciuto. Il giochetto (forse) è riuscito anche quest’anno.

MASSIMILIANO AMATO

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