Renzi, l’Arca di Noè e la “bulimia demitiana”

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21 settembre 2013 di Massimiliano Amato

Matteo Renzi era partito benissimo. Aveva una prateria sterminata davanti a sé. Quel 40% raccolto dieci mesi fa al ballottaggio era raddoppiato, dopo la non-vittoria del centrosinistra alle elezioni di febbraio e la sciaguratissima condotta tenuta da Bersani e da tutto il Pd nei 55 giorni più balordi della storia della Repubblica. Poi, piano piano, quasi senza accorgersene, il sindaco di Firenze è andato rinchiudendosi nella ridotta del leaderismo senza progetto. Stordito dalla retorica dell’uomo della provvidenza che i sondaggi alimentavano incessantemente, e dai successi che raccoglieva in giro alle Feste democratiche, non si è reso conto che lo stavano “normalizzando”, attraverso la più classica delle manovre di accerchiamento. Veltroni. Franceschini. Fioroni. Ora la Bindi. Era partito, Renzi, dando l’assalto al quartier generale con un piccolo naviglio pirata. Un’imbarcazione leggera, ma resistente ai marosi. Si è ritrovato lentamente al timone di una nuova Arca di Noè, sulla quale in molti si affannano a salire per sottrarsi al Diluvio. Già una decina di giorni fa il quadro era piuttosto chiaro. L’aveva messo a fuoco bene un osservatore abbastanza distaccato delle cose del Pd, il politologo Angelo Panebianco. La sfida all’interno del maggiore partito del centrosinistra è ora tra innovazione e trasformismo, aveva scritto sul Corriere. E nel cuore della sfida si trovava (e si trova) lui, il rottamatore. La rottura sulle regole, in un partito all’interno del quale niente avviene mai per caso, spinge ancora di più Renzi nella gabbia che quel pezzo di nomenklatura passato con lui sta cercando di costruirgli intorno, nell’evidente speranza di logorarlo per potersene quanto prima sbarazzare. Ha ragione Gianni Cuperlo: la rinuncia all’automatismo, termine orrendo con cui il Pd cerca di nobilitare quello che una volta si sarebbe chiamato “doppio incarico” dev’essere una scelta culturale, non un mero fatto regolamentare. Le parole dell’ultimo segretario della Fgci hanno il pregio di portare a galla una verità sottaciuta, ma lampante: della perdurante malattia che mina la democrazia italiana il Pd è stato, almeno finora, uno dei sintomi più gravi. Non certo la cura, o una possibile terapia. Dirlo non significa dare ragione al populismo grillino, ma aprire coraggiosamente gli occhi sulla realtà. Accettando la sfida del partito personale, il Pd ha proditoriamente alzato bandiera bianca di fronte all’avanzata – culturale prim’ancora che politica ed elettorale – del berlusconismo. Era il Pd veltroniano, quello: un modello sconfitto dalla politica e dalla storia. Essere forza del cambiamento significa caricarsi della responsabilità di chiudere l’anomala (e infinita) transizione italiana per la parte di propria competenza. A Renzi, che giustamente sottolinea di non essere mai stato democristiano per fatto anagrafico, ma che a quella tradizione indubitabilmente si richiama almeno culturalmente, andrebbe ricordato che i momenti più bui nella storia della Dc sono stati quelli in cui il segretario del partito ha cumulato anche l’incarico di presidente del consiglio. Ricordi l’infelice stagione della bulimia demitiana, conclusasi oltretutto con un pesante rovescio elettorale per la Balena Bianca (1983). Per sopravvivere, il Pd deve rimanere, come consiglia anche Barca nel suo documento di cui il dibattito precongressuale fa colpevolmente a meno, avanguardia politico – progettuale. Il luogo dei colpi d’ala, del coraggio, della proposta, complementare ma non in conflitto con il governo, luogo della mediazione e camera di compensazione degli interessi nazionali. Sembra complicato (e forse lo è) ma è anche l’unica (e l’ultima)  risorsa che il Pd ha a disposizione per evitare di autodisintegrarsi.

MASSIMILIANO AMATO

Adesso! Matteo Renzi per le primarie del Partito Democratico

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