Don Aurelio e il sindaco di San Felice

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18 dicembre 2012 di Massimiliano Amato

Confesso: avrei voluto iniziare questo pezzo prendendomela con la Commissione Disciplinare e il suo presidente, Sergio Artico. Non è certo, ma è assai probabile che avrei proseguito pronunciando una violenta (ma chissà quanto giuridicamente fondata) requisitoria (tanto per rimanere in tema) contro l’assurdo istituto della “responsabilità oggettiva”. Stracciandomi le vesti per la sopravvivenza, nel processo sportivo, della presunzione di colpevolezza, che mette gli organi della giustizia pallonara sullo stesso piano delle Corti del Dragone cinesi o di altre satrapie orientali, passate e presenti. Compresi certi collegi che fino a qualche decennio fa per i loro verdetti si riunivano abitualmente nei sotterranei della Lubjanka. Naturalmente non mi sarei sottratto dal sottolineare la singolare situazione di Stefano Palazzi, il quale si vede sistematicamente riformare “in pejus” tutte le richieste che formula nei processi: il che, per uno che di mestiere fa il pubblico accusatore, non deve rappresentare proprio il massimo della vita. Né avrei sottaciuto l’imbarazzante (per il Palazzo, ma anche per il Palazzi) flusso di “indiscrezioni” in libera e incontrollata uscita, che già dalla metà della scorsa settimana davano per scontato il verdetto depositato oggi: due punti di penalizzazione al Napoli (che dal terzo capitombola al quinto posto in classifica a due giornate dal termine del girone di andata, per una presunta-poi-abortita-combine (sic!) risalente all’ultima giornata di ben due stagioni fa, tre con questa) e squalifica di sei mesi per Paolo Cannavaro e Gianluca Grava, per omessa denuncia. Ovviamente, non avrei lesinato sugli improperi per Matteo Gianello che, proveniente dalla terra di chella zoccola ‘e Giulietta, a Napoli, sibilano velenosi i gossippari, si sarebbe fraternamente spartito le grazie di una ruspante figliola dell’hinterland nientemeno che con Luigi Cesaro, alias Giggino ‘a purpetta. E questa, detto senza malizia (e malignità) alcuna, sarebbe stata l’impresa sua (di Gianello, non di Giggino) più significativa sul suolo partenopeo. Ma avrei, soprattutto, concluso la mia sofferta riflessione con una lunga e dolorosa (sia pur metaforica) tiratina d’orecchi alla Ssc Napoli e al suo augusto presidente per l’approssimazione, il dilettantismo e anche la spocchia con cui è stata gestita una vicenda il cui esito provvisorio allontana irrimediabilmente la squadra dalla prospettiva scudetto. A partire dall’ostinato rifiuto a ricorrere al patteggiamento. Per finire con l’assurda intenzione, ad eventuale assoluzione (?) acquisita nei successivi gradi di giudizio, di richiedere un “risarcimento danni”. Annuncio che da solo testimonia dell’approccio, assolutamente mercantile, che don Aurelio ha avuto con una faccenda dalla quale, forse, si sarebbe potuti uscire tutti con le ossa un po’ meno ammaccate se solo ci si fosse difesi (ormai parlo come Mazzarri…) con un pizzico di buon senso e dosi da cavallo di razionalità. Per inciso. Se l’intenzione era di arrivare ad una condanna ingiusta sì da giustificare un risarcimento postumo, saremmo di fronte alla vecchia storia della socializzazione delle perdite e privatizzazione degli utili: il danno (-2 in classifica) si ripercuote immediatamente su tifosi e squadra, mentre l’eventuale ristoro riguarderebbe, a babbo morto (cioè a campionato terminato), il solo De Laurentiis. Tutto questo avrei detto e scritto, tornando anche su un mio vecchio cavallo di battaglia. E cioè l’avvilente (per noi tifosi) inadeguatezza del modello societario adottato, che fa del Napoli uno scricchiolante gozzo costretto a battere mari procellosi, per il resto solcati da potenti incrociatori: è in casi come questi, infatti, che la filosofia della società “light” totalmente priva di “quadri intermedi” e affidata all’uomo solo al comando, mostra per intero la propria pericolosa perversità. Ero pronto, insomma, a trasfomare il verdetto della Disciplinare nell’ennesimo pretesto per ribadire tutte cose arcinote (condendole con le solite, banalissime, riflessioni che sempre vengono in soccorso in casi come questi), quando mi sono imbattuto in un’intervista che il Tg1 delle 13:30 ha fatto al sindaco di San Felice al Circeo. E lì ho capito. Visto che siamo nel periodo, quell’intervista è stata, almeno per me, un’Epifania. Una rivelazione. Interpellato sul punto (il verdetto della Disciplinare su Samp – Napoli), il primo cittadino del suggestivo centro rivierasco in provincia di Latina ha roteato gli occhi come un San Sebastiano trafitto dalle frecce, atteggiato la faccia a duro – mentre il ghigno ricordava il Di Pietro impegnato a inchiodare un annientato Forlani con la bava alla bocca – e ha sibilato: “E’ una lezione per quei presidenti che credono di poter comprare tutto perché hanno grande disponibilità di danaro”. Chiaro (ancorché discutibile nel merito per  la stragrande maggioranza dei tifosi azzurri, titolari del copyright della frase “Aure’, cacc’e sord’”) il messaggio lanciato al patròn della Filmauro. A memoria mia, il sindaco di San Felice al Circeo, unico comune italiano ad essere presente con un proprio amministratore nella delegazione tricolore alle recenti Olimpiadi londinesi, un segnale del genere non l’ha mai lanciato, che so? A Moratti. O a Berlusconi. O ad Agnelli. E sì che, non solo in tempi lontani ma anche recentemente, questi signori di soldi ne hanno spesi tanti, per il pallone. In tutti i sensi. Al punto che, adesso, hanno i bilanci in rosso. Viceversa, don Aurelio ha fatto (per la disperazione di noi tifosi) del fair play finanziario un punto d’onore. E il Napoli ha bilanci sanissimi. O, almeno, così sembra. Vuoi vedere che… No, ma che mi viene da pensare?… Semplicemente, l’integerrimo primo cittadino di San Felice al Circeo – uno, per dire, che fottendosene allegramente di tutte le polemiche su doppi stipendi e doppi incarichi si divide tra le ovattate stanze del Comune sul promontorio e la dorata poltrona di presidente del Coni – ha voluto ribadire la linea di intransigente moralità (o di morale intransigenza, fate voi) che ispira tutti gli organi di governo dello sport italiano. Però qualche dubbio mi rimane. Lascio volentieri al patròn l’onere della prossima mossa. Gli rammento solo una circostanza: il grande attivismo di Corrado Ferlaino, anni fa, per portare sulla poltrona di presidente Figc Federico Sordillo, campano di Avellino. Anche da quella straordinaria operazione nacque l’epopea del Napoli biscudettato. Ci pensi, don Aurelio, ci pensi. La filosofia di De Coubertin, come dimostra l’illuminante caso del sindaco di San Felice al Circeo, ha fatto il suo tempo. (m. a.)

legge uguale per tutti

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