Scampia, o della banalità del male

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5 dicembre 2012 di Massimiliano Amato

Ho davanti agli occhi le foto che la collega de “Il Mattino” Daniela De Crescenzo ha scattato col suo cellulare sul luogo dell’omicidio di Luigi Lucenti, il pusher cinquantenne massacrato davanti alla scuola materna Montale di via Fratelli Cervi, a Scampia mentre dentro i bambini provavano i canti di Natale con le maestre. Le guardo a lungo e l’unica cosa che mi viene in mente è il titolo del capolavoro di Hannah Arendt sul processo al boia nazista Adolf Eichmann. La banalità del male. Quelle foto ne sono una rappresentazione agghiacciante: un lenzuolo attorcigliato, e una lunga scia di sangue misto a materiale organico, che potenti secchiate d’acqua non sono riuscite a disperdere. Tutt’intorno, un vuoto metafisico, come se l’esplosione di violenza della faida avesse avuto lo stesso effetto dell’atomica sganciata su Hiroshima e Nagasaki. Spegnendo ogni forma di vita. E, di assonanza in assonanza, rifletto: se la Soluzione Finale di cui Eichmann fu l’algido, burocratico, esecutore è stato uno dei tratti distintivi della disumanità del Secolo breve, la guerra tra le gang nella periferia Nord, fatte ovviamente le debite proporzioni, rischia di diventare il segno, o uno dei simboli, di una mutazione antropologica profonda. Un simbolo che riporta la violenza, la brutalità, la bestialità attraverso la quale si esprimono ormai i comportamenti criminali, alla loro essenza precipua di fenomeni drammaticamente banali. Lo dico ripensando anche al penultimo omicidio: quello di un ragazzo della Napoli “normale” che si era arruolato in una delle bande che si contendono il controllo delle piazze di spaccio. Lo hanno ritrovato, con cinque pallottole conficcate nella schiena, sul cavalcavia di una superstrada. Abbandonato come un cane, probabilmente espulso da un’auto in corsa. Dicono che Mirko Romano, così si chiamava, 27 anni dell’Arenella, madre insegnante e padre impiegato, fosse diventato uno spietato sicario. Quando l’hanno sequestrato e giustiziato, aveva addosso 3500 euro. Raccontano i pentiti che uccideva con gelida naturalezza, nonostante fosse profondamente “altro” rispetto ai suoi compagni d’arme. Probabilmente, era la maniera che aveva individuato per procurarsi un reddito in grado di renderlo indipendente dai genitori. Nel caso di Luigi Lucenti, l’elemento che colpisce con la stessa potenza di un cazzotto nello stomaco è la presenza, a pochi passi dal luogo dell’esecuzione, di bambini tra i tre e i cinque anni. Lucenti non aveva figli in quella scuola: si è infilato di corsa nel cortile della materna quando ha realizzato che era arrivato il suo turno, e lì è caduto. Ha involontariamente riacceso il corto circuito di cui Scampia è vittima innocente e inconsapevole da oltre 10 anni: la ferocia che esplode, improvvisa e brutale, nella sofferente e sofferta quotidianità del quartiere. E qui mi viene l’ultimo parallelo con la fase più orripilante del Novecento. Esattamente come i nazisti, le gang che si scannano per il business della droga (la camorra, quella vera, che ormai è diventata una cosa sola con l’economia e si è fusa con pezzi di politica malata, è un’altra cosa) sono truppe d’occupazione. Impegnate in una guerra di cui il quartiere è incolpevole ostaggio, palestra indifferente di un odio che ha già retrocesso chi lo esercita al rango di bestia.  (m. a.)

faida

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