Quel che le Primarie ci dicono

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1 dicembre 2012 di Massimiliano Amato

No, non è stato uno spettacolo granché edificante.  Lo “scontro sulle regole” (ma poi è veramente tale? In fondo, la norma che autorizza ad ampliare la platea dei votanti al secondo turno c’è: e allora, di che stiamo parlando?) non ha fatto bene alle primarie, non ha fatto bene ai 3 milioni e 100mila cittadini che ci hanno creduto domenica scorsa, non ha fatto bene al centrosinistra. Hanno sbagliato tutti, con diverse gradazioni di colpa, è ovvio. Quelle più lievi ce le ha Renzi: sacrosanto affermare che quando arbitro e giocatore coincidono l’esito della partita rischia di essere falsato (eufemismo). Il Rottamatore, tuttavia, poteva evitarsi le paginate a pagamento sui quotidiani e l’alluvione di mail a centinaia di migliaia di ignari elettori potenziali. Ha inutilmente radicalizzato uno scontro che, nelle ovattate stanze del Nazareno, avrebbe avuto probabilmente un esito diverso. Le colpe maggiori, duole dirlo, ricadono su Pierluigi Bersani. Anche sulle regole ha messo i sacchi di sabbia alle finestre. Continuando una campagna elettorale giocata tutta sulla difensiva. Segno lampante di una paura che, allo stato, riproduce tutti i limiti dell’attuale gruppo dirigente del Pd.

Limiti culturali. Limiti di lettura della società italiana. Limiti psicologici. Anche in questo caso, come vuole la più deleteria tradizione della sinistra di estrazione comunista, la paura del nuovo è stata esorcizzata attraverso un’opera di delegittimazione sistematica, scientifica, dell’avversario. Renzi è stato calunniosamente (a mio parere, s’intende) definito “di destra” per tutta la durata della campagna elettorale. Un “socialtraditore”: epiteto che, anche quando non viene espressamente pronunciato (come è stato in questo caso), resta buono per tutte le stagioni. Così sono stati etichettati, nella storia, il “rinnegato” Kautsky, Turati, Nenni, Saragat, lo stesso Pertini. E allora sarebbe forse il caso di fermarsi e riflettere un po’. E’ più di destra Renzi, che su precarietà e mercato del lavoro adotta il (discutibilissimo, d’accordo) Codice Ichino, che poggia sulla flexsecurity e su una serie di misure da decenni alla base dei celebratissimi welfare nord europei (dove, per inciso, i partiti di sinistra non hanno paura a chiamarsi socialdemocratici), o Bersani, che in Parlamento ha votato “senza se e senza ma” la (sciaguratissima) riforma Fornero? Il giochino potrebbe continuare a lungo su: alleanze, diritti civili, politica estera, dove le posizioni del Rottamatore mi sembrano tutt’altro che conservatrici o, peggio ancora, reazionarie. Mi fermo qui per non appesantire il discorso.

Vengo ai limiti di lettura della società italiana. Sbaglierò, ma a me è parso che il vero obiettivo (non dichiarato) della battaglia condotta da Renzi fosse il riassorbimento di un pezzo consistente di antipolitica dentro il perimetro del centrosinistra ufficiale: non ho idea del livello di consapevolezza maturato in questo senso dal sindaco di Firenze, di certo chi lo ha consigliato e spinto in campo sarà stato almeno sfiorato da una simile preoccupazione. Questo perché il vero nemico del Pd non è più, da mesi, Silvio Berlusconi, ma tutto ciò che si va raggrumando – sulla base, si badi bene, di una critica radicale e senza sconti alle responsabilità dei governi dell’Ulivo prima e dell’Unione poi in relazione alla crisi italiana – dalle parti di Grillo. L’aspetto più paradossale di queste primarie l’ha regalato proprio il candidato accreditato delle maggiori chance di successo finale, e cioè Bersani, il quale ha impostato tutta la propria campagna a sparare contro un avversario che per singolare scherzo del destino quasi contestualmente, nelle medesime settimane, andava liquefacendosi per proprie dinamiche interne. Non si è trattato, ovviamente, della singolare “coazione a ripetere” sulla quale infieriscono a scopi satirici i tanti imitatori che rappresentano il segretario del Pd come uno che non è capace di andare al di là della richiesta di dimissioni di Berlusconi. Piuttosto, è sembrata riaffiorare con prepotenza una certa difficoltà che il gruppo dirigente del principale partito del centrosinistra ha a captare quanto si muove nelle viscere della società italiana.

E qui si apre una questione enorme, perché le primarie costituivano un’eccellente occasione per fare il “tagliando” ad un’operazione che, a cinque anni dal suo varo, presenta ancora amplissimi margini di indeterminatezza programmatica e identitaria. Occasione che, in tutta evidenza, è stata persa, soprattutto per colpa del segretario e dei suoi sostenitori. Ai quali dev’essere sfuggita la grande contraddizione, saggiamente dribblata da Renzi, tra la pretesa di autosufficienza, alla base del patto fondativo del partito,  e la necessità di rincorrere Casini, per essere sicuri della vittoria. In uno dei prossimi interventi, mi sforzerò di analizzare – senza pregiudizi di sorta – la natura di “partito nazionale” del Pd, che a me più che Togliatti sembra ricordare certi rassemblement centro o sudamericani dai profili volutamente ambigui e dai nomi reboanti.

Un’ultima cosa ci hanno detto queste primarie, ed è che Nichi Vendola (che ho votato al primo turno, quando il voto aveva, come dire, un significato ideologico) muore dalla voglia di tirare a secco la navicella corsara di SeL per imbarcarsi sul transatlantico democratico. Operazione che si spiega solo in base alla logica delle reciproche convenienze. A Bersani serve una componente interna con una marcata caratterizzazione di sinistra, rinchiusa in una sorta di riserva indiana. Al governatore pugliese l’imbarco garantisce seggi, finanziamenti e una ribalta più importante dalla quale continuare la sua immaginifica narrazione della crisi italiana. Né l’una, né l’altra esigenza sembrano dischiudere al Pd l’orizzonte di un’evoluzione in senso socialista, e ciò graverà come un’ipoteca pesantissima sulla sinistra italiana nei prossimi anni. (m. a.)

ITALY-BERSANI-RENZI

One thought on “Quel che le Primarie ci dicono

  1. Arnaldo Capezzuto ha detto:

    Grande Massimiliano. Articolo lucido, analisi perfetta, lettura reale dei fatti.

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